Dove è finita la nostra fantasia

Dove è finita la nostra fantasia

Io me lo chiedo spesso, dove sia finita la nostra fantasia. Diciamocelo: usare la fantasia, oggi, è tra gli esercizi della mente più difficili.

Siamo talmente tanto abituati ad avere le risposte a tutte le domande che con il nostro cuore o la nostra mente non riusciamo più a fantasticare su niente.

Questo è senza dubbio colpa di internet, dei social e oggi, ancor di più, dell’intelligenza artificiale. Non molti anni fa nella quotidianità ci veniva chiesto spesso di usare la fantasia. A scuola per i temi, nell’immaginarci il nostro abito da sposa oppure nel fantasticare su quel nuovo lavoro che stiamo per iniziare.

Oggi tutto è pubblico. Paradossalmente, se vai su un qualsiasi motore di ricerca e chiedi di capire se ariete e vergine vanno d’accordo, puoi trovare la risposta. Talmente plausibile che è in grado di convincerti se è o meno il tuo tipo ideale.

Quando ero piccola c’erano i diari segreti. Chi di noi, della mia generazione, non ne ha avuto uno?

Diari che spesso erano regalati alle comunioni o ai compleanni. Ecco, quello era il primo approccio alla scrittura. Una vera e propria palestra per la fantasia.

Quelle pagine bianche erano un invito alla fantasia: le riempivamo di desideri e speranze — vorrei che mi regalasse quel portafoglio, quando ci andremo a prendere il gelato gli dirò che mi è simpatico — ma anche di piccoli dolori incomprensibili, come quando mamma e papà non ti portano a mangiare la pizza e tu non sai bene perché siano arrabbiati.

Oggi il diario segreto è stato brutalmente sostituito dai vocali su whattapp o da messaggi IG che di solito iniziano con: ho sbirciato il suo profilo e secondo me siamo compatibili. Oppure prima di comprare quel vestito fai la simulazione con la AI.

La fantasia ci rendeva sognatori e un po’ cantastorie. Ci lasciava liberi di sbagliare completamente il giudizio su un taglio di capelli, su un abito che noi avevamo immaginato perfetto ma che in realtà non lo era. Ma soprattutto ci permetteva di scoprire, molto lentamente, se quel ragazzo che ci piaceva tanto era veramente così come lo avevamo sognato per tanto tempo.

Quindi continuo a domandarmelo, dove è finita la nostra fantasia? E purtroppo, c’è da dire che la mia generazione si è dimenticata come si usa, presa da una vita caotica.

La nuova generazione, non è abituata ad usarla, non è mai stata stimolata, né dalla società, né dai genitori, anch’essi poco fantasiosi.

I giovani di oggi, sono cresciuti con l’idea che la sola risposta da dare è quella giusta e ampiamente verificata.

Non so se sarà possibile fare un passo indietro e fare dono alle prossime generazioni di un po’ di fantasia. Ma senza dubbio dovremmo, noi adulti, fare di tutto perché i bambini capiscano che usare la loro fantasia può renderli delle donne e degli uomini migliori.

#ostinatamenteottimista

Laura Cardilli

Laureata in Sociologia, indirizzo Comunicazione e Mass media, da sempre mette al centro della sua vita proprio la comunicazione sotto tutti i suoi aspetti. Durante l’università prende il tesserino da giornalista pubblicista collaborando con due giornali romani, per molti anni solo la carta stampata le regala la gioia della professione di giornalista, poi, grazie ad un laboratorio di comunicazione incontra quella che per molti anni è stata la sua grande passione, la radio, per diversi anni ne è stata redattrice e anche speaker. La prima formazione è stata quella sportiva, calcio e tennis soprattutto, ma poi soprattutto attualità è stata autrice anche di alcune sue rubriche. Per molti anni abbandona le scene del giornalismo e lavora per una grande azienda italiana sempre nella comunicazione esterna. All’attivo ha la pubblicazione di un suo libro “L’eterna rincorsa” e la pubblicazione di qualche poesia. Appassionata di social media si definisce un’ironia e sarcastica…non sempre compresa. Dopo un po’ di tempo e tanta mancanza decide di riprendere a scrivere per Distanti ma unite. Il suo hashtag è #ostinatamenteottimista perché sostiene che niente e nessuno potrà farle vedere quel mezzo bicchiere vuoto.

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