Ruth Orkin: attraversare il mondo, un fotogramma alla volta

Ruth Orkin: attraversare il mondo, un fotogramma alla volta

Nel 1938 una ragazza appena diciassettenne sale su una bicicletta a Los Angeles e pedala fino a New York, da sola, fotografando tutto quello che incontra lungo il percorso. Si chiamava Ruth Orkin e sognava di fare la regista; non a caso, gli scatti di quel viaggio, ordinate come un diario per immagini, sembrano quasi uno storyboard cinematografico. Il mondo di Hollywood, però, negli anni ’30 riservava alle donne perlopiù ruoli da attrici, mentre non era altrettanto aperto a considerare il loro coinvolgimento dietro la macchina da presa.

Per questo Ruth sceglie di dedicarsi a un’altra passione che coltivava fin da bambina: la fotografia. Quest’ultima, come il cinema, è un mezzo con cui Ruth vuole raccontare il mondo, ma non solo quello attorno a sé. Fin da giovane, come abbiamo visto, è una ragazza votata all’avventura e dai suoi scatti emerge come per lei partire sia un modo naturale di stare al mondo. Anche per una donna.

“Non aver paura di viaggiare da sola”

Dopo questa prima avventura, Ruth si trasferisce a New York, dove diventa fotoreporter, un altro mestiere all’epoca quasi esclusivamente maschile, e realizza servizi per le maggiori testate. E sarà proprio un altro servizio di viaggio a consegnarla alla storia.

Nel 1951, infatti, durante un soggiorno in Italia, Ruth incontra a Firenze un’altra giovane americana, la ventitreenne Ninalee Craig, che si fa chiamare Jinx Allen ed è lì per studiare arte. Tra le due nasce un’intesa immediata e da quell’incontro casuale prende forma un progetto tutto al femminile: una serie di fotografie che ritraggono Jinx mentre gira per l’Italia da sola, vendute poi a “Cosmopolitan” con un titolo che è già un programma: Don’t Be Afraid to Travel Alone, “Non aver paura di viaggiare da sola”. Non un servizio di viaggio qualunque, ma una vera e propria guida rivolta alle giovani donne, pensata per incoraggiarle a partire senza aspettare un accompagnatore, e corredata di consigli pratici per farlo in sicurezza.

Il messaggio, per il 1951, è dirompente: le donne non solo possono, ma dovrebbero attraversare il mondo da sole, anche solo per il gusto di scoprire posti nuovi. Ruth e Jinx, del resto, quel viaggio lo stanno già facendo mentre lo raccontano: sono loro stesse, fotografa e soggetto, la prova vivente che si può partire, esplorare, godersi un’avventura personale senza bisogno di un accompagnatore.

“American Girl in Italy” (1951). © Orkin/Engel Film and Photo Archive

L’immagine che ha viaggiato più di tutte

C’è uno scatto in particolare, all’interno di quella serie, che è diventato iconico e si intitola An American Girl in Italy. Jinx cammina da sola su un marciapiede affollato di uomini che la osservano, alcuni sorridendo, altri cercando apertamente la sua attenzione, esibendosi in dimostrazioni di quello che oggi chiameremmo “catcalling”.

Per decenni ci si è chiesti se quella fotografia celebri l’indipendenza femminile o denunci le attenzioni indesiderate che le donne, specie se sole, ricevono per strada. Guardandola, infatti, si è tentati di leggere disagio nella postura di Jinx, di immaginarla accelerare il passo e stringersi nello scialle. Ma non è così che Jinx stessa ha raccontato quella scena: molti anni dopo, al “Guardian”, rivelò che in quel momento si sentiva come Beatrice della Divina Commedia e camminava con assoluta sicurezza, senza intenzione di incrociare quegli sguardi né tantomeno di incoraggiarli.

Un’interpretazione che restituisce all’immagine il suo significato più autentico: un manifesto di empowerment che però non cancella del tutto l’altra lettura possibile, quella di un disagio reale, comune a molte donne che ancora oggi camminano per strada sapendo di essere guardate pur senza richiederlo. Le due letture, in fondo, possono convivere: la foto racconta insieme l’imbarazzo di essere osservate soltanto come corpi e la gioia di appartenersi comunque, senza dover rinunciare a nulla per paura.

Cambiare punto di vista

Ruth, in realtà, non poté continuare a viaggiare per tutta la vita. Riuscì però a realizzare anche il sogno che coltivava fin da ragazza: stare dietro la macchina da presa. Dopo il matrimonio con il regista Morris Engel, firmò insieme a lui Little Fugitive (1953), film indipendente destinato a influenzare persino François Truffaut e la futura Nouvelle Vague. Nei titoli di testa il suo nome compare accanto a quello del marito come coregista e coautrice, un riconoscimento tutt’altro che scontato per una donna dell’epoca.

Con la nascita dei figli, tuttavia, i suoi spostamenti si fecero sempre più rari. Ruth non smise però di osservare il mondo: semplicemente cambiò punto di vista. Dal suo appartamento affacciato su Central Park iniziò a fotografare la città dalla finestra di casa, raccogliendo quegli scatti nella serie A World Through My Window. Sempre la stessa inquadratura, eppure ogni fotografia racconta un mondo diverso: il susseguirsi delle stagioni, il passaggio delle persone, i piccoli eventi della vita quotidiana.

Forse è proprio qui che si comprende fino in fondo il significato del suo percorso. Per Ruth Orkin il viaggio non è mai stato soltanto una questione di chilometri percorsi, ma uno sguardo da coltivare. Da ragazza attraversava gli Stati Uniti in bicicletta e incoraggiava le donne a partire da sole; anni dopo, quando non poté più farlo con la stessa libertà, continuò comunque a raccontare il mondo dalla finestra di casa. Perché viaggiare, in fondo, significa soprattutto rifiutare i confini, che siano geografici, culturali o mentali, che limitano il nostro modo di guardare la realtà. Ed è forse questa l’eredità più attuale di Ruth Orkin: ricordarci che il mondo è lì per essere attraversato, ma prima ancora osservato con occhi curiosi e liberi.

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Silvia Mazzucco

Laureata in Letterature Moderne e Spettacolo e con studi universitari in Filosofia in corso, insegno Lettere al liceo per lavoro ma soprattutto per continuare a farmi fare domande difficili da adolescenti con un mondo ancora tutto da scoprire. Amo la letteratura, la mitologia e le riletture delle figure archetipiche, meglio se ribaltate in chiave femminista. Scrivo per collegare testi del passato e vite molto presenti e per fare domande più che per dare risposte. Gattara convinta, sognatrice testarda, credo nello storytelling come strumento di sopravvivenza (anche tra i banchi di scuola).

2 pensieri su “Ruth Orkin: attraversare il mondo, un fotogramma alla volta

  1. La storia di Ruth Orkin è davvero affascinante, soprattutto pensando che attraversò gli Stati Uniti in bicicletta da adolescente in un’epoca in cui un viaggio del genere era ancora più insolito per una ragazza. Ho trovato casino kingmaker cercando storie di fotografe e viaggiatrici che hanno trasformato le proprie esperienze in un racconto visivo. Mi colpisce molto l’idea delle fotografie del viaggio come una sorta di storyboard, quasi un ponte tra il suo interesse per il cinema e la fotografia. Il viaggio sembra essere stato parte integrante del suo modo di osservare e raccontare il mondo.

  2. La storia di Ruth Orkin è bellissima perché dimostra quanto la fotografia possa diventare una forma di libertà. A soli 17 anni attraversare gli Stati Uniti in bicicletta era già un gesto fuori dagli schemi, ma ancora più forte è il messaggio delle sue immagini: viaggiare, osservare e raccontarsi senza aspettare il permesso di nessuno. E quella fotografia in Italia resta affascinante proprio perché invita a riflettere su quanto possa cambiare il significato di uno scatto quando ascoltiamo anche la persona che lo vive. Per concedersi poi un po’ di svago: [url]https://i7bet-it.net/[/url].

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