“Le radici che (non) ho”: Elisabetta Mazzeo firma la storia di Mariana
Questa volta la storia che vi raccontiamo ci riguarda da vicino. Perché Le radici che (non) ho (Bertoni Editore), porta la firma di Elisabetta Mazzeo, la fondatrice di Distanti ma unite, la persona che ha immaginato questo spazio prima ancora che diventasse il magazine che state leggendo. E vederla dare forma, pagina dopo pagina, alla vita vera di Mariana Di Grezia è un’esperienza che lascia il segno.
Una bambina, un orfanotrofio, due sguardi
Il romanzo si apre a Sofia: Mariana ha quattro anni quando lascia un orfanotrofio bulgaro per essere adottata da una famiglia italiana di Avellino. Le abbiamo chiesto quale sia il suo primo ricordo nitido, e la risposta vale da sola il prezzo del libro.
«Se chiudo gli occhi, non ricordo un luogo. Ricordo due sguardi», ci ha detto. Il primo è quello della direttrice dell’orfanotrofio, «freddo, duro, quasi incapace di vedere la bambina che ero». Il secondo è quello di sua madre, arrivata a prenderla: «In quegli occhi ho trovato una casa prima ancora di avere una casa».
Tra questi due sguardi si muove tutto il libro: l’infanzia in una città di provincia del Sud, l’adolescenza attraversata da una «rabbia trattenuta» e da domande senza risposta, fino al ritorno in Bulgaria, vent’anni dopo. Un viaggio da cui Mariana non torna con tutte le risposte, ma con qualcosa di più prezioso: «Ho capito che il vuoto non va necessariamente riempito, va accettato».

Radici che si muovono con noi
Chi vive lontano dall’Italia lo sa: la parola “radici” non è mai neutra. Per Mariana, oggi, non indica più qualcosa di piantato nel terreno, ma qualcosa che viaggia con lei. «Non avere radici piantate in un unico posto ti rende libera di volare, di scegliere dove fiorire», ci ha spiegato. «Non siamo da dove veniamo, ma dove decidiamo di restare e amare».
Ed è qui che la sua storia smette di essere solo sua e diventa anche la nostra. Perché — parola di Mariana — «forse la domanda più importante non è soltanto “da dove vieni?”, ma “dove hai trovato casa?”».
La penna di Elisabetta
E poi c’è lei, la nostra Elisabetta, che ha raccolto la voce di Mariana con la delicatezza che le conosciamo bene. Le due si sono incontrate — ci ha raccontato — attraverso un intreccio di amicizie che a ripensarci oggi «sembra quasi guidato dal destino», ed è nato un atto di fiducia fortissimo: scrivere in prima persona la vita di un’altra donna.
La sfida più difficile? Raccontare una bambina di quattro anni senza scivolare nel patetico. «La bambina non spiega: percepisce. Non interpreta: sente», spiega Elisabetta. «Ho cercato di togliere enfasi, non di aggiungerla. Perché certe storie sono già potenti nella loro nudità: hanno bisogno di precisione, non di retorica».
E se doveste chiudere il libro con una sola frase in mente, lei sa già quale vorrebbe che fosse: «Le mie radici non sono solo ciò che ho perduto, ma anche ciò che ho scelto di diventare».
Una storia sua, una storia di tutti
Il libro viene definito “autobiografico e universale”, e non è una formula di copertina. La vicenda di Mariana resta unica — la sua infanzia, il suo abbandono, la sua adozione — ma chi legge finisce inevitabilmente per ritrovarci qualcosa di proprio: la sensazione di non appartenere del tutto, la ricerca di un nome, di un’origine, di un posto nel mondo. «La storia di Mariana finisce dove finisce la sua esperienza personale; quella di tutti comincia quando il lettore riconosce, dentro quella vicenda, la risposta a una propria domanda», ci ha detto Elisabetta.
E se vi chiedete con quale pensiero uscirete dall’ultima pagina, ve lo anticipa Mariana stessa, con una frase che vale come una piccola dichiarazione di pace con il proprio passato: «Non devo avere tutte le risposte sul mio passato per sentirmi finalmente a casa dentro me stessa».

Un messaggio per chi ama (e per chi legge)
C’è poi una pagina di questa intervista che vorremmo far leggere a tutti, e in particolare ai genitori adottivi. Quando le abbiamo chiesto di cosa abbia davvero bisogno un bambino adottato, Mariana ha risposto senza esitare: non di sentirsi dire che è perfetto, né che il passato non conta. «Ha bisogno di sentirsi dire: “Io ci sono. Accetto la tua storia, anche la parte che non conosco e che ti fa soffrire. Non devi essere grato per essere stato salvato, devi solo essere te stesso”». Perché — aggiunge — il bisogno più grande è «la certezza di un amore che sa abitare anche le stanze più buie della tua anima».
È anche per questo che il libro riempie un vuoto nel racconto dell’adozione, di cui in Italia si parla quasi sempre attraverso gli occhi degli adulti: il desiderio, l’attesa, il percorso per diventare genitori. Qui, per una volta, a parlare è chi quell’adozione l’ha vissuta sulla propria pelle. E l’augurio delle autrici è semplice e potentissimo: che chiudendo l’ultima pagina qualcuno riesca a guardare un figlio adottato «con occhi nuovi», o che un figlio adottato si senta «finalmente visto e compreso».
Le radici che (non) ho di Mariana Di Grezia ed Elisabetta Mazzeo, Bertoni Editore, è disponibile in libreria e sul sito dell’editore.

Mi colpisce il modo in cui una storia personale possa diventare qualcosa di universale attraverso un libro. Il tema delle radici, dell’identità e dei legami che ci definiscono sembra davvero capace di lasciare il segno nel lettore. Sarà interessante scoprire la storia di Mariana pagina dopo pagina. Dopo una lettura così intensa, una piccola pausa su https://retro-zino.net/ può essere un modo leggero per staccare.