Oggi sono caduta…anche io!

Oggi sono caduta…anche io!

“Sempre in ritardo e sempre di corsa!” pensava Giulia mentre cercava una soluzione per arrivare con il minor ritardo possibile al suo appuntamento.

D’altronde, se sei un agente immobiliare, non ti puoi certo permettere di arrivare tardi, mezza stropicciata e soprattutto con il fiato corto.

Che poi me lo domando sempre a cosa pensavo quando ho deciso di fare questo mestiere: ho sempre saputo che non sarei mai riuscita a correggere questo aspetto del mio carattere, così come sapevo che per fare l’agente immobiliare bisognava essere molto puntuali. Ma alle volte, quando sei fortunata, non sei tu che cerchi un lavoro, è quel lavoro che ti trova, e tu semplicemente te ne innamori.

Che poi me lo domando sempre a cosa pensavo quando ho deciso di fare questo mestiere: ho sempre saputo che non sarei mai riuscita a correggere questo aspetto del mio carattere, così come sapevo che per fare l’agente immobiliare bisognava essere molto puntuali. Ma alle volte, quando sei fortunata, non sei tu che cerchi un lavoro, è quel lavoro che ti trova, e tu semplicemente te ne innamori.

A me era successo esattamente questo, e ho sempre creduto che la mia simpatia, la mia spontaneità e la mia competenza avrebbero potuto sopperire a questo “bug”. Almeno fino ad ora era sempre andata così.

Il punto è questo: una volta preso atto di quello che non sono e di quello che il mio lavoro si aspetta da me, cosa posso fare? Correre, ecco cosa posso fare!

Finalmente sono arrivata, e porto con me “solo” 20 minuti di ritardo.

«Eccomi, perdonatemi per il ritardo» dico alla coppia che mi aspetta sotto il palazzo dove si trova l’appartamento da vedere «ma mentre venivo qui ho avuto un contrattempo» ho esordito, porgendo la mano per un saluto.

«Mi spiace, ma no, non possiamo di certo perdonarla.» È questa la risposta che ho ricevuto dal mio interlocutore, il lui della coppia. «Questo è il secondo incontro per la seconda casa che vediamo e in entrambi i casi lei è arrivata tardi. Mi spiace, due su due non lo possiamo catalogare come contrattempo, ma come ritardo cronico.»

In tanti anni di lavoro, di questo lavoro, non mi era mai capitato di essere ripresa in modo così duro. Spesso i clienti avevano mostrato disappunto, ma giocato soprattutto sull’ironia e sullo scherno: io ci rimanevo un po’ male, permalosa come sono, ma poi finiva lì.

Oggi sono senza parole e dico la cosa più banale: «La prego, mi scusi, sono mortificata.»

«Lo so che è mortificata, ci mancherebbe altro. Ma il nostro incontro finisce qui.»

«Ma come finisce qui? Almeno guardi la casa, al massimo, se le piace, la faccio seguire da un mio collega» cerco di convincerlo.

«Buona giornata.» Così mi aveva liquidata, senza la possibilità di un confronto o di una spiegazione. Lo giuro, sarei stata sincera nello spiegare loro le mie ragioni.

Ma se ne era fregato: aveva girato le spalle, prendendo per mano la donna che era con lui, e mi aveva lasciata lì. Mi sentivo come una bambina che non era stata creduta dai propri genitori.

«Prenditi una pausa»

Senza la possibilità di fare altro, ero salita sul mio scooter per tornare in ufficio. Nella mia mente avevo un solo pensiero: giustificarmi con Carla, la titolare dell’agenzia. Conoscendomi, probabilmente avrebbe capito subito che avevo fatto un casino, ma volevo azzerare i rischi ed evitare lo scontro con lei. Così ho provato a preparare, nella mia mente, un discorso che avesse un filo logico, un senso.

Durante tutto il tragitto dal luogo dell’appuntamento all’agenzia, per la prima volta ero ansiosa. Non so perché, alla fine era già successo.

Parcheggio ed entro in agenzia. «Carla, l’appuntamento non è andato bene. Il tipo si è innervosito e se ne è andato.»

Carla si gira, mi guarda ed esplode: «Si è innervosito? Ti prego, argomentami il “si è innervosito”, spiegami cosa intendi.» Io mi chiudo nel mio silenzio, non so esattamente cosa voglia sapere da me. «Si è innervosito o tu, come al solito, eri in ritardo? Quante volte ti ho coperta, quante volte ho cercato di riderci sopra, quante volte ti ho “avvisata” che era l’ultimo avvertimento? Ma tu niente, non ci sei proprio riuscita a cambiare questo aspetto della tua vita, del tuo approccio al lavoro. Lo capisci, sì, che non posso permettermi di ricevere telefonate da clienti che mi sbraitano addosso tutto il loro disappunto? Non posso permettermi di subire attacchi ai quali non posso controbattere, perché lui aveva ragione. Ieri quante volte ti ho detto di essere puntuale, che già la scorsa volta si era innervosito?

Ma tu niente, non ci riesci a essere puntuale. Giulia, mi dispiace, ma credo che tu debba prenderti una pausa da questo lavoro per un po’ di tempo.»

Ero senza parole, cercavo di capire se mi stesse davvero chiedendo di lasciare il lavoro, l’agenzia. Mi sembrava tutto così assurdo.

«Carla, ma dici davvero?»

«Certo che dico davvero. Forse, se lo avessi fatto appena ti ho assunta, oggi non staremmo a questo punto.»

«Scusa, ma a quale punto? Sono tra i tuoi migliori agenti.»

«È vero, ma quando un cliente mi tratta come ha fatto prima quel tipo, io non posso più coprirti. Non ti sto licenziando, ti sto chiedendo di prenderti del tempo. Cerchiamo di tranquillizzarci e di capire come può proseguire il nostro rapporto.»

Esco dall’agenzia senza proferire parola. Non ho preso neanche le mie cose dalla scrivania: ho preso il casco, che avevo poggiato sulla scrivania della segretaria, e sono uscita. Metto in moto lo scooter e parto, non so per andare dove, forse a casa. O forse avevo bisogno di guidare senza una meta. Tornare a casa per urlarmi contro tutta la mia rabbia non mi avrebbe fatto bene.

Guidavo, appunto, senza meta e cercavo di mettere in ordine le idee. Cercavo di capire come, alle 11 di un mercoledì mattina d’autunno, potesse essere successo tutto questo. Eppure, quando mi sono svegliata, ho fatto colazione, mi sono preparata e sono salita sul mio scooter, in una giornata piena di sole e di cielo azzurro, non avrei mai immaginato che potesse prendere quella piega.

Avrei voluto chiamarlo, il tipo, e chiedergli il motivo di quella telefonata. Aveva senso mettere in difficoltà una persona che stava lavorando? Non poteva finirla lì, ognuno per la sua strada?

Sentivo il mondo cadermi addosso, mi sentivo incompresa e, per quanto sapessi di aver sbagliato, continuavo a credere di non aver fatto una cosa così grave.

L’incontro sulla panchina

Sono arrivata all’ingresso del parco del mio quartiere, sono scesa, ho messo l’antifurto e ho iniziato a passeggiare, senza sapere in realtà cosa fare.

Ho trovato una panchina e mi ci sono seduta. Mentre ero lì, mi sono resa conto che stavo piangendo.

“Ora perché stai piangendo, Giulia? Non è un buon motivo per piangere. Alla fine non ti ha licenziata, ti ha chiesto di prenderti una pausa.”

Ecco, probabilmente era proprio quello che la faceva stare male: quella frase, “prendiamoci una pausa”.

L’ultima volta che l’aveva sentita era stato dal suo ragazzo, e in realtà quella pausa non era mai terminata. Non si erano più rivisti.

Mentre era lì seduta, con la mente completamente svuotata, le si avvicina una ragazza che si siede all’altra estremità della panchina. Giulia si volta d’istinto, per capire se si conoscessero. E in effetti no, non l’aveva mai vista.

Giulia, chiusa nel suo silenzio, era tornata a fissare davanti a sé le persone che continuavano a svolgere le loro attività. La ragazza accanto a lei aveva tirato fuori un libro e aveva preso a leggere.

Incuriosita, Giulia aveva sbirciato il titolo: Il potere della leggerezza. Semplificare la vita, vincere le paure, smettere di rimandare di Francesco Fabiano. Non lo conosceva, quindi era tornata a cercare di riempire la sua mente.

A quel punto la ragazza le chiede: «Va tutto bene?»

Giulia si era voltata verso di lei. Avrebbe voluto dire “certo, tutto bene, grazie”, ma sapeva di non essere credibile, e in quel momento non voleva neanche esserlo. «No, purtroppo no. Ho fatto un casino al lavoro e non sono sicura che la cosa possa risolversi bene.»

La ragazza si era fermata e la guardava intensamente: «Dici che è così grave?»

Giulia prosegue: «Di per sé non sarebbe grave, se il mio non fosse un errore reiterato nel tempo. Un errore al quale non ho mai dato la giusta importanza.»

«Ok, non so se posso chiedertelo, ma cosa è successo?»

«È successo che oggi sono caduta. Non in senso letterale, ma questo errore mi ha messa ko, mi ha schiacciata, perché ho sentito la delusione delle persone che lavorano con me. Perché ho sentito che nessuno ha voluto esporsi per me.»

«E pensi che non si possa risolvere? Magari rimediare all’errore.»

«Sì, forse sì, ma non so quanta voglia ne abbiamo.»

La ragazza, in silenzio, era tornata a leggere e Giulia si era chiusa di nuovo nel suo silenzio.

Non si erano scambiate molte altre parole, ma Giulia non riusciva ad alzarsi: le sembrava che quei silenzi, quella presenza, la aiutassero a prendere atto di quello che stava accadendo nella sua vita.

Si era voltata verso la ragazza, l’aveva vista assorta nella lettura e non le era importato nulla: «Sai cosa mi fa veramente male? Non che la mia capa non mi abbia concesso neanche il diritto di replica, come non me lo ha concesso il cliente. Mi fa male l’idea che sia solo colpa mia se è accaduto tutto questo.

Che la mia presunzione mi abbia portata a credere che mi sarebbe stato perdonato tutto, nel lavoro come nella vita privata. E guarda un po’, in entrambi i casi sono rimasta con un pugno di mosche in mano.»

A questo punto la ragazza aveva chiuso il libro e aveva rivolto tutta la sua attenzione alle parole di Giulia, che ormai era un fiume in piena. Riusciva a malapena a dire qualche parola negli intervalli che Giulia si prendeva per riprendere fiato e ordinare i pensieri.

«Devo cogliere questa occasione per crescere. Non posso lasciare che sia solo un evento che tra qualche settimana non ricorderò più.»

«Come ci dicevano le nostre mamme, le cose non accadono mai per caso. Sei d’accordo?» aveva aggiunto la ragazza, guardandola con dolcezza.

«Vero!» Si erano prese una pausa, poi Giulia: «Devo andare… Grazie!»

La ragazza avrebbe voluto dirle qualcosa, ma si era resa conto che non c’era molto altro da dire. In quel momento era stata Giulia a voltarsi: «Che poi non ci siamo neanche presentate» aveva detto sorridendo.

«E a cosa serve presentarci? Basta esserci capite.»

Mentre tornava verso lo scooter, Giulia si era resa conto che il suo viso non era più solcato dalle lacrime e che la sua bocca aveva ripreso a sorridere.

Rialzarsi da sola

Aveva guidato dritta, senza interruzioni, fino all’agenzia immobiliare, aveva parcheggiato ed era entrata: «Carla, posso parlarti un secondo?»

Carla aveva capito che Giulia aveva bisogno di parlarle: «Certo, andiamo da me.» Si erano sedute una di fronte all’altra.

«Carla, vorrei che tu sapessi che ho capito le tue parole e la tua richiesta, e non ce l’ho con te. In te ho sempre trovato un capo e un’amica, che mi ha coperta e giustificata più di quanto avrebbe dovuto. E voglio scusarmi per tutte le volte che ti ho messa in imbarazzo: credimi, non era mia intenzione.»

Gli occhi avevano iniziato a riempirsi di lacrime e Carla aveva capito che doveva intervenire: «Sono contenta che tu l’abbia capito, era quello che volevo. Con il mio gesto e con le mie parole volevo che tu capissi che non ti stavo licenziando, ma che era arrivato il momento di dare una svolta al tuo essere ritardataria, se non nella vita privata, almeno nel lavoro.»

«L’ho capito, Carla, e credimi, non ce l’ho con te. Ma ti consegno le mie dimissioni, ora a voce, poi lo farò ufficialmente.»

A Carla si era gelato il sangue: «Giulia, non è quello che volevo. Non ho mai pensato di licenziarti e soprattutto di rinunciare a te, come agente e come amica.»

«E infatti non rinuncerai a me come amica. Come agente sì, è necessario. Oggi, quando mi hai detto di prendermi una pausa, mi è crollato il mondo addosso, non me lo aspettavo. Non credere che non abbia capito il tuo gesto o che non lo rispetti. Hai fatto bene. Ma quando è successo ho vacillato e ho avuto la sensazione di essere caduta nel vero senso della parola.»

«Giulia, dai, non fare così!»

«Carla, sai perché devo cogliere questa “occasione”? Perché è l’unico modo per vedere la caduta non solo come una cosa dolorosa, ma come qualcosa di costruttivo. Devo cavalcare questo momento e viverlo fino in fondo, altrimenti sarà solo un imprevisto che non avrà portato nulla alla mia vita. Le cadute avvengono molte volte nell’arco di una vita. Dobbiamo solo far sì che ci insegnino a rialzarci e ci aiutino a non cadere la volta successiva.»

Carla era rimasta male per come si era conclusa quella giornata, eppure era una splendida giornata d’autunno, di sole e di cielo azzurro, che si prospettava simile a tutte le altre.

Guardandola andare via dall’agenzia senza voltarsi, aveva capito che Giulia aveva trovato la sua strada: era pronta ad accettare le cadute e anche a riderci su. L’unica cosa che era riuscita a dirle era che, se le fossero servite delle referenze, gliele avrebbe scritte le migliori del mondo. Giulia, sorridendo, le aveva risposto che ci contava.

Eh sì, era proprio pronta a rialzarsi da sola!

#ostinatamenteottimista

Laura Cardilli

Laureata in Sociologia, indirizzo Comunicazione e Mass media, da sempre mette al centro della sua vita proprio la comunicazione sotto tutti i suoi aspetti. Durante l’università prende il tesserino da giornalista pubblicista collaborando con due giornali romani, per molti anni solo la carta stampata le regala la gioia della professione di giornalista, poi, grazie ad un laboratorio di comunicazione incontra quella che per molti anni è stata la sua grande passione, la radio, per diversi anni ne è stata redattrice e anche speaker. La prima formazione è stata quella sportiva, calcio e tennis soprattutto, ma poi soprattutto attualità è stata autrice anche di alcune sue rubriche. Per molti anni abbandona le scene del giornalismo e lavora per una grande azienda italiana sempre nella comunicazione esterna. All’attivo ha la pubblicazione di un suo libro “L’eterna rincorsa” e la pubblicazione di qualche poesia. Appassionata di social media si definisce un’ironia e sarcastica…non sempre compresa. Dopo un po’ di tempo e tanta mancanza decide di riprendere a scrivere per Distanti ma unite. Il suo hashtag è #ostinatamenteottimista perché sostiene che niente e nessuno potrà farle vedere quel mezzo bicchiere vuoto.

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