Il colpo del ko. Vietato anche lo sport alle donne afgane

Il colpo del ko. Vietato anche lo sport alle donne afgane

Lo sport per le donne “non è appropriato”, “non è necessario”.

Parola dei talebani che da qualche settimana hanno ripreso il potere in Afghanistan.

“Potrebbero dover affrontare situazioni in cui il loro viso o il loro corpo non siano coperti. L’Islam non permette che siano viste così”

Ahmadellah Wasiq – Vicecapo Commissione cultura dei talebani

Il divieto è scattato in occasione di una partita di cricket che le atlete afgane avrebbero dovuto giocare in Australia. Ma è presto stato esteso a tutte le discipline agonistiche.

Il colpo del ko.

Sport è libertà, noi afgane non ci arrendiamo, anzi insieme brilleremo sempre di più

Khalida Popal, ex capitana della nazionale femminile di calcio afgana

Salute, benessere. Ma anche libertà, indipendenza, autodeterminazione. Praticare uno sport può voler dire anche questo.

Con tutto il dovuto rispetto per le culture e le tradizioni altrui, un impedimento coatto di tal genere è l’ennesimo tassello del tentativo di annullamento dell’identità femminile.

Il provvedimento segue altri già annunciati, tra cui:

le donne per andare all’università devono portare il niqab, velo integrale che lascia aperta una fessura all’altezza degli occhi senza la retina del burqa;

per uscire devono essere accompagnate da un maschio di famiglia;

in alcune province “le ragazze di età superiore ai 15 anni e le vedove di età inferiore ai 45” sono tenute a sposarsi con combattenti talebani;

dovunque, nel nuovo Emirato islamico dei mullah, le donne non possono lavorare per “problemi di sicurezza”.

Ed ora quelle stesse donne non possono nemmeno fare sport, perché potrebbero esporre parti dei loro corpi che invece devono essere coperte.

Alle afghane sarà consentito uscire di casa solo per soddisfare i «bisogni» essenziali, come «fare la spesa», e lo sport non è tra questi.

Ahmadellah Wasiq – Vicecapo Commissione cultura dei talebani

Il corpo femminile non si deve vedere. Sgomenta. Terrorizza. Basta guardare la reazione degli armati talebani di fronte ad una donna non velata: paura, panico prima ancora che rabbia o repressione.

Ci vedevano e ci dicevano che una donna che gioca è immorale, è un insulto allo sport.

Khalida Popal, ex capitana della nazionale femminile di calcio afgana
Khalida Popal

“Questa è l’era dei media, e ci saranno foto e video, e la gente li guarderà”, ha dichiarato il vicecapo della commissione cultura dei talebani.

Sì, questa è l’era dei media. E proprio perché lo è non possiamo volgere lo sguardo da un’altra parte. Dobbiamo continuare a tenere alta l’attenzione e i riflettori accesi. Perché sotto quell’angolo di cielo c’è un universo femminile in pericolo.

Ci sono donne ammutolite e umiliate. Il loro tempo da vivere è scandito unicamente da chi decide per loro.

Sono lì, terrorizzate e affrante e non c’è giorno che passi senza che chiedano aiuto. I talebani bussano alle loro porte e le donne afgane già sanno che non potranno uscire di casa da sole né lavorare, non potranno studiare né scegliere i vestiti da indossare, né praticare sport. I loro diritti, anche quelli faticosamente acquisiti negli anni, rischiano di essere annullati.

Donne che si erano formate come medici, infermiere, insegnanti, giornaliste, governatrici locali, atlete, sono ora le più esposte. Perché silenziosamente hanno osato urlare la propria identità. Ed ora le loro voci saranno messe a tacere.

La sharia le vuole segregate, rinchiuse, ignoranti, invisibili. Bandite, dalla vita sociale, quindi anche dallo sport.

Negare lo sport alle donne è “un’assurdità”, una cosa che “ti fa piangere il cuore e rimanere attonito e basito”.

Giovanni Malagò – Presidente CONI

Che ne sarà di loro? Della loro libertà di movimento e di gioco? Dei loro sogni, delle loro medaglie da conquistare, sulla vita così come su un campo da gioco?

Le porte di un nuovo Medioevo sembrano già spalancate. Le donne afgane hanno paura. E noi con loro. Perché “distanti, ma unite” sentiamo il peso della libertà negata e dei sogni infranti. Noi che possiamo scegliere chi essere. Ogni giorno. Madri, compagne, casalinghe, professioniste, campionesse, imprenditrici, attrici, modelle, impiegate.

Che ne sarà di loro? Ma soprattutto, se non facciamo qualcosa per salvarle, cosa ne sarà di noi?

#CaparbiamenteSognatrice

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Elisabetta Mazzeo

Elisabetta, classe 1981. Ogni 18 anni un cambiamento. Prima la Calabria, poi Roma, ora Zurigo. Domani chissà. La mia sfida quotidiana? Riuscire nell’impresa di essere contemporaneamente mamma, moglie, giornalista, scrittrice e ora anche blogger. Ore di sonno: poche. Idee: tante. Entusiasta, curiosa, caparbia, sognatrice. Scrivere è un’esigenza. Una lunga gavetta nei quotidiani e nelle tv locali, poi l'approdo come inviata di Sport Mediaset. Non ho dubbi: il mio è il mestiere più bello del mondo. Una passione prima che un lavoro. Oggi ricopro l'inedito ruolo di vicedirettore a distanza di Retesole, l’emittente che mi ha visto crescere umanamente e professionalmente. Divoro libri e uno l'ho anche scritto, mi nutro di storie di sport, mi diletto in cucina, scatto e colleziono foto, mi alleno quanto basta per non sentirmi in colpa e in compenso macino chilometri armata di scarpe da ginnastica e passeggino. Se fino a tre anni fa la mia vita viaggiava a ritmi frenetici, l’arrivo di mia figlia ha rimodulato le priorità. E adesso è con lei e per lei che continuo a mettere le mie passioni in campo, tra "pensieri e parole".

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