Dire al buio che non gli apparteniamo più – Leopardi e il coraggio di fuggire
Il buio, si sa, offre l’atmosfera migliore per tentare una fuga. Dovette pensarlo anche il giovane
Giacomo Leopardi quando nel 1819, poco più che ventenne, tentò di scappare di casa per vivere
finalmente la vita che desiderava, lontano dai limiti che la sua famiglia e l’ambiente chiuso e
conservatore di Recanati gli imponevano.
Fu un fallimento totale: il piano di Giacomo fu scoperto ancora prima che lui potesse lasciare
casa sua, ma ci ha lasciato una testimonianza unica, che ci permette di far emergere una parte di questo
giovane ragazzo, destinato a diventare uno dei maggiori autori della nostra letteratura, che difficilmente
avremmo potuto conoscere altrimenti.
Una lettera nella notte
Come nei migliori teen drama, Giacomo scrisse una lettera indirizzata a suo padre, per congedarsi
da lui spiegando i motivi della sua fuga, e la affidò al fratello Carlo, perché gliela consegnasse una volta
lontano.
In quelle righe non distinguiamo ancora il grande intellettuale che i libri di scuola ci hanno
insegnato a conoscere. C’è, invece, un ragazzo che sentiva dentro di sé un fuoco e voleva solo lasciarlo
ardere, desideroso di esprimere liberamente sé stesso e i propri talenti, disperato perché si sentiva
destinato a diventare qualcuno e sapeva che la vita che stava conducendo glielo avrebbe impedito.
Recanati, quel «borgo selvaggio», come la definì lui stesso, non offriva certo l’ambiente più
stimolante per la sua mente così vivace e affamata di novità e la famiglia, con le sue rigide aspettative,
non aveva saputo riconoscere la sua unicità.
Il buio della mediocrità
Giacomo cercava uno spiraglio di luce che squarciasse il buio in cui era cresciuto: quello di una
famiglia e di un paesello opprimenti, di una cultura provinciale e reazionaria, soprattutto di un
anonimato a cui non tollerava di essere condannato.
Lo scrisse chiaramente nella lettera a suo padre: «Voglio piuttosto essere infelice che piccolo, e
soffrire piuttosto che annoiarmi, tanto più che la noia, madre per me di mortifere malinconie, mi nuoce
assai più che ogni disagio del corpo».
Era questo il buio di cui il giovane Leopardi aveva più paura: quello della noia e della mediocrità,
a cui si condanna chi si accontenta di sopravvivere e non lotta per realizzare ciò per cui è nato: «Odio la
vile prudenza che ci agghiaccia e lega e rende incapaci d’ogni grande azione, riducendoci come animali
che attendono tranquillamente alla conservazione di questa infelice vita senz’altro pensiero».
Attraversare l’oscurità
Ma quel buio che Leopardi cercava di attraversare è lo stesso che può avvolgere chiunque si
senta costretto a nascondere chi sia davvero, a rimpicciolirsi per corrispondere alle aspettative altrui, a
vivere nell’ombra di un’identità prescritta. È quel vivere inautentico che può esserci imposto da chi ci
sta accanto, dalle aspettative altrui, dai ruoli prestabiliti. E per squarciare questo buio, la luce che il
giovane Giacomo cercava, e che con questa lettera ci insegna a rincorrere, è quella del diritto
all’autodeterminazione.
Come ricordano Hannah Arendt, Michel Foucault e Judith Butler, l’identità non è mai solo un
fatto interiore: esiste davvero solo se viene riconosciuta. È nella luce dello sguardo altrui che possiamo
finalmente apparire per ciò che siamo, altrimenti potremo solo “performare”, senza essere visti davvero nella nostra essenza, senza poter dire la verità su noi stessi, qualcosa a cui tutti dovremmo avere diritto.
E invece quante fughe notturne, reali o metaforiche, sono necessarie ancora oggi per affermare il
proprio sé?
Un atto di luce
Quella notte d’estate del 1819, Leopardi fu fermato e riportato a casa. Ma quella fuga fallita fu
comunque un atto di luce, la dichiarazione che il buio non era più sostenibile. E forse è proprio questo
che conta: non se la fuga riesce, ma il coraggio di compierla, di dire al buio, una volta per tutte, che non
gli apparteniamo più. Perché il buio vero non è quello della notte in cui si tenta la fuga, ma è la
rassegnazione a non provare mai a far splendere la propria luce.
Silvia Mazzucco
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