CALIPSO: quando gli dei condannano ad amare
C’è una donna che piange sulla spiaggia mentre guarda, all’orizzonte, una piccola zattera che prende il
largo. A condurre quella piccola imbarcazione è un uomo che è rimasto lontano da casa per troppo
tempo e che desidera solo tornare. A nulla sono valsi i tentativi di lei, le sue suppliche, nemmeno la
promessa di renderlo immortale e vivere insieme per sempre un idillio possibile solo agli dei. Di lui le
rimarrà solo il ricordo di un’immagine che si allontana tra le onde.
Calipso, dea amante, comparsa
Quella figura seduta triste sulla spiaggia, in realtà, non è solo una donna, ma una dea. Si tratta di
Calipso, figlia del titano Atlante, e la spiaggia è quella di Ogigia, suo regno e al contempo prigione.
Nemmeno a dirlo, l’uomo che si allontana per mare sulla zattera è Odisseo, che dopo sette anni
trascorsi con lei sull’isola, ora ha ripreso la via del ritorno verso la sua Itaca.
Il mito che tutti conosciamo lega la figura di Calipso a quella di Odisseo: lei lo ha soccorso, ospitato e nutrito, si è innamorata di lui e poi lui se n’è andato per sempre. Come spesso accade, sembra che la sua esistenza sia iniziata quando il suo destino si è intrecciato con quello dell’eroe e che di lei non ne sia più nulla dopo che le loro strade si sono divise: una mera funzione, solo una comparsa nella storia molto più
importante e famosa del distruttore di Troia.
Una punizione antica quanto gli dei
Ma la storia di Calipso inizia ben prima dell’arrivo del nostro eroe a Ogigia, ha radici antichissime,
almeno a partire dal mitico scontro tra dei e titani, la Titanomachia. Si racconta che in quella terribile
guerra, al termine della quale Zeus ha trionfato come signore dell’Olimpo, Calipso si sia schierata con il
padre, il titano Atlante, e che alla fine, come tutti gli sconfitti, abbia ricevuto dagli dei un castigo eterno,
crudele come solo loro sanno dare.
Così, è stata confinata a Ogigia, ma il suo destino infelice non riguarda solo la prigionia: nella sua isola, infatti, le Moire avrebbero mandato per sempre eroi mortali di cui lei si sarebbe innamorata ma che l’avrebbero abbandonata sempre. Calipso non potrà imparare dai suoi errori e nemmeno fare a meno di innamorarsi con la stessa intensità di sempre, ogni volta crederà che quell’uomo sarà diverso, ma rimarrà sempre delusa e sconfitta.
Il paradosso della dea impotente
La figura di Calipso racchiude un paradosso insanabile: è una dea, eppure è impotente; può addirittura
promettere l’immortalità, ma non riesce a trattenere nessuno degli uomini che ama. È come se il suo
potere si svuotasse quando subentra il desiderio, insufficiente però a legare a sé una persona che no
vuole unire il proprio destino con il suo. È questo il nucleo della sua eterna malinconia: sentirsi al
contempo potenti e inermi, possedere una forza che non può essere usata per realizzare il proprio desiderio più grande.
La punizione che ha ricevuto, insomma, consiste in una eterna ripetizione dell’abbandono, senza la possibilità di elaborare il lutto e il trauma che ne consegue: la sua malinconia diventa così una condizione ontologica, connaturata al suo essere, e non una situazione episodica e superabile.
“Donne che amano troppo”
Potremmo dire che anche Calipso incarni un archetipo femminile, che nel suo caso è tanto
problematico quanto diffuso nel nostro immaginario: quello della donna il cui desiderio non le può
appartenere, che è disposta a offrire tutto ma viene comunque rifiutata, la «donna che ama troppo»
resta sempre insoddisfatta. La malinconia di Calipso è quella di molte donne che finiscono per esaurire
la propria identità nel desiderio sterile di un altro che non si renderà mai disponibile o nell’attesa di un
affetto che non arriverà mai. Quante narrazioni contemporanee continuano a ripercorrere questa
trama?
Amare come destino, non come scelta
Ma Calipso non ama per scelta, è obbligata a farlo da un destino che le è stato imposto proprio come
punizione per aver deciso da che parte schierarsi. La sua intera esistenza da quel momento è diventata
lo specchio della volontà altrui, di un potere piramidale, gerarchizzato e, neanche a dirlo, retto da un
“padre padrone”, Zeus, che impone il suo volere su tutti gli altri dei. Guardare Calipso oggi, allora, significariconoscere quanto ancora il desiderio femminile sia spesso intrappolato in questa struttura: amare
come destino, non come scelta; attendere come condizione, non come pausa. La malinconia di Calipso
è antica quanto il potere patriarcale che Zeus incarna e contemporanea quanto l’ultima storia d’amore in
cui una donna si perde per non perdere l’altro.
Che cosa resta quando volgiamo lo sguardo
Questo archetipo è arrivato fino a noi quasi intatto, ma dovremmo provare a chiederci: che cosa
sarebbe rimasto di Calipso se avesse potuto scegliere di non amare? Sentiremmo ancora parlare di lei?
Forse no. La sua identità è interamente costruita su questo ruolo, ed è qui che l’archetipo mostra la sua
ombra più inquietante: quante soggettività femminili esistono solo in funzione del desiderio altrui,
svuotate nel momento stesso in cui sembrano più piene? È così che Calipso continua a incarnare una
malinconia antica e attualissima: quella di chi esiste solo nello sguardo altrui, e scompare quando quello
sguardo si volge altrove.
Silvia Mazzucco
SEGUI DISTANTI MA UNITE! Sulle nostre pagine social: Facebook, Instagram e Telegram.
