«Stavo solo scherzando»: amore, controllo e violenza tra i giovanissimi

«Stavo solo scherzando»: amore, controllo e violenza tra i giovanissimi

Il report

«Stavo solo scherzando!»: quante volte lo abbiamo sentito, detto, accettato? È una frase molto utile a chiudere le conversazioni, che trasforma un gesto in un malinteso. O, ancora peggio, che sposta la responsabilità su chi ha avuto la cattiva idea di prendere le cose sul serio. Save the Children l’ha scelta come titolo del suo report annuale sulla violenza nelle relazioni adolescenziali, pubblicato proprio il giorno prima di San Valentino.

I dati

Realizzato in collaborazione con IPSOS e DOXA, il report ha presentato una situazione ben lontana dal romanticismo che il periodo suggerirebbe. In un periodo in cui la cronaca ci sta sempre più abituando a una diffusione della violenza – di genere, ma non solo – anche tra i giovani, il report di Save the Children evidenzia in effetti dati tutt’altro che rassicuranti. A preoccuparci, ad esempio, dovrebbe essere che un adolescente su quattro ha dichiarato di aver subito atteggiamenti violenti all’interno della relazione. Ancora di più, che il 29% degli intervistati ha affermato di essere stato costretto almeno una volta a compiere atti sessuali indesiderati.

Un adolescente su quattro ha dichiarato di aver subito atteggiamenti violenti all’interno della relazione

Chi fa e chi subisce: un confine sempre più labile

I dati, però, ci suggeriscono anche un altro elemento di allarme, che forse, a prima vista, potrebbe sembrarci perfino controintuitivo. Il report di Save the Children, infatti, ci mostra chiaramente che non esistono due gruppi separati: chi fa e chi subisce. Controllo, gelosia, ricatti emotivi, sorveglianza digitale sono copioni relazionali che molti adolescenti mettono in atto e subiscono, spesso contemporaneamente, spesso senza riconoscerli come violenza. Quasi un adolescente su quattro dice di aver usato un linguaggio violento o aver fatto leva sui sensi di colpa per ottenere qualcosa dal partner. Il 18% ha spaventato almeno una volta il/la partner con atteggiamenti violenti. Inoltre, poco meno della metà del campione ha dichiarato di aver subito atteggiamenti di controllo, come il divieto di frequentare (44%) o seguire sui social (43%) alcune persone.

Perché il digitale non è un posto neutro

In un mondo sempre iperconnesso in quella speciale commistione tra reale e virtuale che molti studiosi indicano con il termine “onlife”, una parte consistente della ricerca ha riguardato proprio i comportamenti agiti in questi spazi ibridi in cui la vita “in carne ed ossa” prosegue sui social e viceversa. Anche qui le differenze di genere continuano a esistere, forse in modo meno esplicito e normativo rispetto a qualche anno fa, ma non meno pervasivo. L’ambiente onlife, ben lungi dall’essere neutrale, non annulla le asimmetrie di genere, anzi, le amplifica. Qui la visibilità è permanente, i contenuti persistono e la sorveglianza è tecnicamente facilissima. È proprio qui, infatti, tra un reel e un post, che ragazze e ragazzi sono sottoposti al rischio di normalizzare le disuguaglianze e interiorizzare le diverse aspettative che si riversano su di loro in base al genere di appartenenza.

Il prezzo che pagano le ragazze

Eppure, dire che controllo e violenza riguardano sia le ragazze sia i ragazzi e che sono così trasversali che, in alcuni casi, chi agisce e chi subisce finiscono per sovrapporsi, non significa che colpiscano tutti allo stesso modo. Il report ha infatti evidenziato come continuino a essere le ragazze a pagare il prezzo più alto. Sono loro che scelgono di limitare i propri spostamenti, modificano l’abbigliamento, organizzano le uscite serali pensando sempre a come ridurre ogni possibile rischio.

Ci sono ancora giovani ragazze che mettono in atto strategie di autotutela quasi meccanicamente, magari senza rendersene conto fino in fondo. I dati del report lo fotografano con precisione: il 60% delle ragazze evita i luoghi isolati, il 49% rinuncia ai mezzi pubblici la sera, il 29% sceglie abiti “non provocanti” per non attirare attenzioni indesiderate. Il fenomeno è così pervasivo che va ben oltre la prudenza individuale, ma si trasforma quasi in un pedaggio, un prezzo per accedere al mondo pubblico, in cui occupare uno spazio che spesso è più stretto di quanto meriterebbero.

Quando la violenza diventa invisibile

Finora abbiamo elencato comportamenti, in cui la violenza si concretizza. Il report però sembra porre l’accento su un altro concetto: la violenza non inizia con un gesto eclatante, ma con la normalizzazione. È quando si smette di storcere il naso di fronte al controllo presentato come cura, alla gelosia letta come prova d’amore, a uno “stavo solo scherzando” usato come salvacondotto che la violenza ha inizio. E, paradossalmente, ci si educa a quest’ultima: si impara guardando, imitando, assorbendo modelli, si impara la violenza e si disimpara il vero significato di affetto.

L’educazione che non c’è

Ma la violenza può anche non essere imparata, se si agisce prima. E i dati del report indicano con chiarezza dove: il 79% degli adolescenti intervistati pensa che un corso obbligatorio di educazione sessuo-affettiva a scuola aiuterebbe a contrastare la violenza di genere e quasi l’80% di chi l’ha già seguita la considera utile. Non sono gli adulti a dirlo: sono loro, i ragazzi e le ragazze che abitano questo mondo onlife ogni giorno, a chiederlo. Ragazzi e ragazze che sanno già, nella maggior parte dei casi, riconoscere cosa non va, che il controllo non è cura, che la gelosia non è amore, che «stavo solo scherzando» non è una risposta. Quello che chiedono non è che qualcuno spieghi loro il mondo, ma che qualcuno smetta di fare finta che il problema non esista.

Eppure, nel dibattito pubblico italiano, l’educazione sessuo-affettiva a scuola continua a essere trattata come una minaccia, un’ideologia, qualcosa di cui ridere o da cui guardarsi. Come se anche lì, ogni volta che si prova ad aprire una conversazione seria, ci fosse sempre qualcuno pronto a dire: «stavo solo scherzando!».

Silvia Mazzucco

Laureata in Letterature Moderne e Spettacolo e con studi universitari in Filosofia in corso, insegno Lettere al liceo per lavoro ma soprattutto per continuare a farmi fare domande difficili da adolescenti con un mondo ancora tutto da scoprire. Amo la letteratura, la mitologia e le riletture delle figure archetipiche, meglio se ribaltate in chiave femminista. Scrivo per collegare testi del passato e vite molto presenti e per fare domande più che per dare risposte. Gattara convinta, sognatrice testarda, credo nello storytelling come strumento di sopravvivenza (anche tra i banchi di scuola).

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