La promessa della cura
Oltre l’amore: dentro “La cura” di Franco Battiato
«Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore | dalle ossessioni delle tue manie. | Supererò le correnti gravitazionali, | lo spazio e la luce per non farti invecchiare; | e guarirai da tutte le malattie. | Perché sei un essere speciale | ed io avrò cura di te»: quante volte abbiamo sentito in radio le parole de La cura, la canzone di Franco Battiato? A me è successo in molte occasioni diverse e, soprattutto da bambina o adolescente, pensavo che si trattasse di una bellissima canzone d’amore, una dichiarazione romantica commovente e indimenticabile.
Quando il testo cambia
Ho avuto un nuovo incontro, più consapevole, con lo stesso testo all’ultimo anno delle superiori, mentre studiavo la filosofia di Heidegger. La canzone mi è stata presentata come un esempio interessante della “filosofia della cura” che il filosofo tedesco ha sviluppato nella sesta sezione del capolavoro, Essere e tempo, e, così, ho potuto riflettere su come il suo significato vada ben al di là del romanticismo. Il testo smetteva così di essere una dichiarazione d’amore e diventava qualcos’altro, ma che cosa fosse esattamente ancora non lo sapevo.
La confusione è aumentata dopo aver scoperto che l’autore della canzone è Manlio Sgalambro, un filosofo pessimista, spesso definito anche nichilista. Uno strano autore, insomma, per una promessa d’amore così assoluta. Quello che è certo è che dalla mia immaginazione era scomparsa l’identificazione della voce che canta con quella di un innamorato ed era sorta una nuova domanda: chi avrebbe potuto pronunciare quelle parole e a chi le stava rivolgendo? E ho immediatamente pensato che avrei voluto anche io qualcuno capace di prendersi cura di me in quel modo, che quella era la forma di amore più alta che potessi concepire.

Da ricevere a dare
Anche da adulta ho continuato ad ascoltare la canzone di Battiato, aggiungendovi nuovi significati e interpretazioni. In effetti, più ci penso e più mi convinco che la mia lettura del testo di Sgalambro sia maturata insieme a me, come se fosse in grado di crescere insieme a chi la ascolta. Adesso, superati i trent’anni, ho completamente ribaltato la prospettiva da cui avevo sempre guardato a questa canzone. Dal desiderare di essere amata così, come forse sarà successo a molti ascoltando la melodia di Battiato, sono passata, allora, a chiedermi se io stessa sia all’altezza di questo impegno enorme, rendendomi conto di quanto sia difficile e grande questa promessa.
La cura come disciplina
Mi sono chiesta, così, che cosa possa significare davvero “avere cura” oltre il senso comune, nella sua forma più radicale, come ci propone la canzone. “Avere cura” qui non è un sentimento, né un moto spontaneo del cuore, ma diventa una scelta da portare avanti con consapevolezza, quasi con disciplina. Detto questo, sembrerebbe paradossale il fatto che il testo proceda accumulando promesse impossibili, come: «supererò le correnti gravitazionali» oppure: «guarirai da tutte le malattie», ma in realtà è proprio qui che sta il passaggio da una semplice dichiarazione romantica a un vero e proprio impegno, quasi un’etica.
Promettere l’impossibile
Proprio in questo ritorna quel concetto di “cura” di cui parlava Heidegger: non un gesto occasionale, ma il modo stesso in cui gli esseri umani stanno al mondo, inevitabilmente coinvolti nell’esistenza propria e altrui. È in questo senso che sento la mia domanda ritornare con grande insistenza: siamo davvero in grado di sostenere la promessa di restare anche quando non è facile amare, magari perché l’altro non corrisponde all’immagine che ci eravamo costruiti? Riusciamo ad avere cura anche quando ci rendiamo conto che l’altro non è mai completamente nelle nostre mani, anche nel momento in cui sembra più fragile, più dipendente?
Forse è proprio qui che la promessa de La cura rivela tutta la sua ambiguità e, insieme, la sua verità. Da un lato sembra voler garantire protezione e promesse assolute, ma dall’altro ci mette di fronte a qualcosa che non possiamo davvero assicurare: non possiamo salvare l’altro dal dolore, dal tempo, dalla malattia.
Restare
E allora, che cosa resta di quella promessa? Forse la nostra decisione di esserci. Non di eliminare il male, ma di non lasciare l’altro solo dentro il dolore, assumendosi la responsabilità di una presenza. In questo senso, “avere cura” non significa essere all’altezza di una perfezione irraggiungibile, ma continuare a scegliere, ogni volta, di restare in relazione, anche quando non siamo sufficienti, quando non sappiamo cosa fare, quando falliamo. Letta così, La cura smette di essere la promessa rassicurante di qualcuno che ci salverà, e diventa una domanda rivolta a ciascuno di noi. Non più: “chi si prenderà cura di me?”, ma: “in che modo io sono disposto a prendermi cura degli altri?”, insegnandoci così che la promessa più difficile non è quella di proteggere qualcuno da tutto, ma quella di non sottrarsi, di restare. Di poter dire, senza garanzie e senza illusioni, ma con responsabilità: «avrò cura di te».
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