Nuovi inizi – La paura di non essere accettato
La sua astronave volava alta nel cielo. Anzi, nello spazio. Era la più veloce di tutte e sparava raggi laser che disintegravano gli asteroidi proprio come la mamma aveva sbriciolato quel biscotto nell’impasto della torta l’altro giorno.
<<Alex, non stare in piedi sul divano>> aveva detto la mamma a un Alex ancora piccolino.
<<Non posso, degli alieni stanno per invadere Saturno>> aveva risposto il bambino, con gli occhi ancora puntati verso l’astronave che teneva alta nella sua mano.
<<Beh, Saturno può aspettare>>
A quel punto Alex non voleva più essere disturbato ed era sceso dal divano con un balzo. Aveva proseguito girando tre volte intorno al tavolino, cimentandosi nelle sue onomatopee di spari e voli intergalattici, fino a quando non era arrivato all’ingresso, dove aveva urtato la testa contro la coscia del padre, che era appena entrato in casa.
<<Ma guarda qui, stai ancora giocando?>> aveva chiesto il padre ad Alex, che però era completamente immerso nella sua battaglia. <<Beh, forse questo ti riporterà sulla Terra>>, e gli aveva teso un libro nuovo con le illustrazioni dello spazio.
Per Alex era stato impossibile non guardare. Non appena aveva capito cosa aveva ricevuto, aveva recitato un “grazie” frettoloso, aveva preso il libro e si era precipitato in camera sua, in quello spazio pieno di poster, astronavi giocattolo e modellini di pianeti.
Un nuovo inizio:
Adesso Alex aveva 14 anni ed era la mattina del primo giorno di liceo. La madre aveva subito tirato fuori da qualche cassetto una vecchia macchina fotografica per immortalare quel giorno.
<<È una cosa importante, è un nuovo inizio. Stai diventando un ometto>> aveva detto la madre con un sorriso radioso. Per Alex sarebbero potuti rimanere lì tutto il tempo a fare foto: non aveva alcuna voglia di andare a scuola.
Tuttavia l’ora si faceva sempre più vicina alle otto e Alex dovette salire in macchina. Quando furono vicini alla scuola, disse al padre: <<Lasciami qui>>.
<<Ma non siamo ancora arrivati>> disse il padre.
<<È uguale>> rispose secco Alex, uscendo dalla macchina.
<<Buon primo giorno, allora>>
<<Grazie>> disse Alex quando ormai si era già avviato verso la scuola. Il padre lo sentì solo perché aveva il finestrino aperto.
Alex percorse la strada in silenzio, evitando qualsiasi sguardo. Notò che quasi tutti portavano lo zaino soltanto su una bretella. Si maledisse per non averci pensato prima e proseguì imitando il resto degli studenti.
Il primo giorno di scuola era stato abbastanza noioso, almeno per lui. Avevano avuto le lezioni di italiano, di scienze e di fisica: non gli interessava nulla. Era convinto che, per iniziare con il piede giusto, non dovesse dare troppo nell’occhio, stando attento a cosa dire e osservando gli altri.
In questo modo, in pochi giorni era riuscito a mimetizzarsi con gli altri e a fare qualche amicizia. I suoi nuovi amici erano diversi da quelli che aveva sempre avuto, ma in un modo o nell’altro gli erano simpatici. Non aveva mai affrontato gli argomenti di cui parlavano loro, ma iniziò ad adattarsi. Passò così le prime settimane, adattandosi, e in poco tempo fece l’abitudine alla sua nuova realtà. Tuttavia, più il tempo passava, più sentiva che qualcosa non andava, di non trovarsi esattamente dove voleva.
I genitori e i suoi vecchi amici non capivano il suo cambiamento delle ultime settimane, e cominciava a non capirlo neanche lui: era come se non sapesse cosa stesse facendo, quasi come se non fosse lui a scegliere. Fino a quando non arrivò quella notte, negli ultimi giorni di settembre.
Il sogno:
Quella notte Alex aveva fatto fatica a dormire, soprattutto a causa di uno strano incubo. C’era qualcosa di familiare in ciò che aveva sognato. Nel luogo. Nella situazione. Ma non riusciva comunque a identificare nulla. Gli appariva tutto sfocato e veloce, tranne alcuni istanti.
A un certo punto ebbe la sensazione, la certezza, che il sogno stesse per finire e, poco prima di ritornare cosciente, gli apparve di fronte una strana sagoma. Capì che si trattava di un animale, ma non riusciva a capire quale. Era alto, stava su due zampe. La schiena ricurva e la testa appuntita sporta in avanti. Dalla bocca scendeva una lunga cascata di saliva che si fermava a mezz’aria e, improvvisamente, i suoi occhi gialli con le pupille verticali si voltarono e lo fissarono.
In quel momento Alex si svegliò con un sussulto, in un bagno di sudore, ma fu felice di vedere la sua camera, seppur con le pareti ormai spoglie e bianche. Si sforzò di pensare a un animale che assomigliasse a quello che aveva visto nel sogno, ma non ci riuscì. Era estremamente verosimile, ma aveva anche qualcosa di lontano dalla realtà, qualcosa di inquietante.
D’un tratto, però, si sentì stupido per ciò che aveva visto e per ciò che stava pensando: aveva iniziato le superiori, ormai stava diventando grande, così sarebbe sembrato un bambino; cosa avrebbero pensato gli altri?
Alex si rimise a dormire tranquillo, ma il giorno dopo, a scuola, successe qualcosa di inquietante. Camminava nei corridoi e la sua vista era offuscata da una fastidiosa nebbiolina bianca, che si innalzava dal pavimento e si propagava nell’aria come la peste. Gli studenti non sembravano più come prima: tutti uguali, quasi come se fossero in branchi, pronti a sbranare…
Proseguendo per i corridoi, tuttavia, quella nebbia si faceva da parte, rendendo tutto più visibile. Fu in quel momento che Alex vide di nuovo la creatura del sogno. Questa volta, però, era più di una. Aveva preso le sembianze di molti alunni, compresi i suoi nuovi amici. Faceva eccezione qualche studente di qua e di là, ma per il resto era circondato da branchi di quelle creature terrificanti… Schiene curve. Occhi gialli. Testa in avanti. Erano inquietanti, ma con la luce del giorno Alex capì che non erano altro che una versione spaventosa dei lupi. Ma cosa poteva significare?
La notte di quel giorno Alex sognò di nuovo la creatura. Questa volta, però, era tutto più nitido. Era in una stanza. Vedeva le pareti e il soffitto. Era familiare, e la sensazione che provava era come quando cerchi di ricordare qualcosa ma non ci riesci: sei vicino, ce l’hai sulla punta della lingua, ma all’ultimo ti sfugge.
O magari era proprio così. Magari stava vedendo un posto in cui era già stato e doveva davvero ricordare. Provò a concentrarsi, ma la paura di svegliarsi lo sovrastava. Piano piano quella paura divenne realtà e, a pochi istanti dal risveglio, vide qualcosa. Un dettaglio. Importante, estremamente importante. Era una navicella. Una navicella spaziale. E accanto a essa, un libro sullo spazio.
Si svegliò con il cuore a mille. Era la sua cameretta, com’era un tempo, quando era piccolo. Tutta colorata, piena di giochi, di poster e di libri. Ma perché adesso non era così? Perché tutto quello era sparito e la camera era spoglia? Non se lo ricordava.
Il giorno seguente Alex fu continuamente sovrappensiero. Voleva ricordare di più, ma non ci riusciva. Nonostante ciò, ogni tanto, quando chiudeva gli occhi, vedeva delle cose. Una sedia. Dei tubicini trasparenti. E un oggetto concavo, simile a un imbuto. Non aveva alcun senso. Che cosa significava?
Mentre cercava la risposta a quella domanda, seduto al suo banco durante l’intervallo, arrivarono i suoi amici, che avevano ancora le sembianze di quella creatura.
<<Alex, vieni con noi?>> chiese il lupo che aveva la voce del suo amico Luke, il che era estremamente inquietante.
<<Cosa?>> rispose Alex distratto. <<No, no, preferisco restare qui per oggi>>
<<Okay, fai come vuoi>> disse la creatura, che si voltò e se ne andò insieme al branco.
Non si fidava di loro, dal momento che avevano quell’aspetto. Alex cominciò a chiedersi se stesse diventando matto. Per esserne sicuro, decise di fare una domanda a uno dei pochi ragazzi che fossero ancora normali. Aveva dei folti capelli ricci, un paio di Converse ai piedi, jeans neri e una camicia a quadri rossa e nera.
<<Ehi, scusami, li vedi anche tu i branchi, i lupi?>> chiese Alex timoroso.
<<Sì, sono tutti uguali, lo so, sempre in branco>> rispose quello, un po’ addormentato, dando un sorso alla lattina di Pepsi che aveva in mano. Così Alex se ne andò sollevato.
<<Aspetta, lupi hai detto?>> si ricordò il ragazzo con la camicia quando ormai Alex non lo poteva più sentire. <<Io non vedo nessun lupo>> disse poi tra sé e sé.
L’incontro:
Come da tradizione, Alex sognò anche quella notte. Questa volta, però, era tutto ancora meno frettoloso e più realistico che mai. Era come un déjà-vu: sentiva che lo stava vivendo davvero. Nel buio pesto, Alex aprì la porta della sua vecchia camera e lì dentro, al centro, c’era una sedia, la stessa che aveva visto quel giorno a scuola. Ci si sedette, aspettandosi che succedesse qualcosa. La cosa bella, pensò, era che si trattava di un sogno, perciò non gli poteva accadere niente di grave. Dopo pochi secondi, dalla porta spuntò la creatura. Lo fissava con quei terribili occhi dalle pupille verticali, con la bocca aperta, dalla quale si potevano vedere la lingua sudicia e i denti affilati.
<<Che cosa vuoi da me?>> chiese Alex arrabbiato. In realtà si aspettava che la creatura non lo sentisse, e invece lo fece. Perciò non assisteva al sogno, ma ne era il diretto protagonista. Stava rivivendo un ricordo e forse poteva anche modificare le cose, o almeno così credeva. Era un misto tra un viaggio nel tempo, un sogno e un déjà-vu.
<<Ti sto salvando>> rispose la creatura, prendendo dalla scrivania i tubicini trasparenti.
<<Certo, giusto>> commentò Alex.
<<Non mi credi?>>
<<Faccio fatica, sì. Cosa vuoi? Perché eri a scuola?>>
<<Oh, io non ero a scuola>>. Vedendolo da così vicino, in quel contesto, era ancora più spaventoso. Mentre parlava spalancava gli occhi per qualche secondo e poi questi tornavano normali. A volte l’angolo della sua bocca si allargava leggermente e dava forma a un sorriso furbo. <<Ciò che vedevi era la verità>> continuò il mostro.
<<Allora chi sei? Cosa sei?>> chiese Alex.
<<Sono… la tua coscienza? Il tuo istinto di sopravvivenza? Chiamami come vuoi, ma sappi che sono parte di te>>. Ancora quel sorrisetto tremendo.
<<Il mio istinto di sopravvivenza, davvero? Mi prendi in giro?>>. Mentre Alex parlava, la creatura prese l’oggetto simile a un imbuto. Lo mise sopra la testa di Alex e gli attorcigliò intorno alle braccia i tubicini trasparenti. Alex sapeva che tutto quello gli aveva fatto male quando lo aveva vissuto davvero. In quel momento non provava niente, ma sentiva le sue urla passate dentro la testa.
Il mostro prese la navicella dalla scrivania. <<Volevi davvero andare al liceo giocando ancora con queste cose? Stai iniziando qualcosa di importante, non puoi permetterti questo>>
<<Non sta a te deciderlo!>>. Le urla nella sua testa si fecero ancora più forti.
<<Invece sì. Te l’ho detto, sono il tuo istinto di sopravvivenza. Credi che saresti potuto sopravvivere in questo modo? Essendo…>>
<<Essendo me stesso, sì>> lo interruppe Alex, arrabbiato e sofferente per le urla che sentiva sempre più forti, sempre più insopportabili.
<<Io ti ho fatto sopravvivere. Ti ho reso come tu vedi me adesso, come vedi tutti gli altri>>
<<Perché proprio i lupi?>>. Adesso si sovrapponevano i ricordi poco nitidi dell’Alex del passato che si dimenava, che soffriva, che urlava.
<<Non ho fatto una magia, non posso scegliere. Siamo fatti così. Io ho il compito di farti sopravvivere e ti ho reso come tutti: fai parte del branco. E poi… non assomiglio affatto a un lupo>>
<<Giusto, sei peggio>>
La creatura spalancò gli occhi un’ultima volta e allargò l’angolo della bocca. Lanciò uno sguardo alla navicella che teneva ancora nelle sue mani sporche e la scagliò via, soddisfatto: quella si ridusse in mille pezzi.
Alex fece per tirargli un pugno, ma in quel momento il mostro si polverizzò e Alex si svegliò. Quando stava per disperarsi, pensando di aver mandato tutto all’aria, vide che la porta della camera era aperta e che una striscia di polvere volava giù per le scale: il lupo era scappato da lì.
Continuò a seguire quella striscia volante di polvere fino a quando non vide di nuovo la creatura. Non era notte fonda, ma l’ambiente era ancora buio e la sagoma del mostro non era facile da identificare. Riuscì a scorgerlo solo poco prima che entrasse nel bosco. Alex lo seguì, ma della creatura non c’era traccia.
L’aria era fredda e Alex si maledisse per non aver portato nulla per coprirsi. Il gelo lo colpiva sulle costole come un pugnale. Avanzava lentamente tra quegli alti alberi e tra il fango, ma non lo vedeva. Mentre camminava riusciva a sentire il proprio battito che accelerava, per il freddo e per la paura, e il suo fiato che si faceva più forte, più pesante: ne percepiva la paura. D’un tratto, al suo fiato se ne sovrappose un altro. Era molto vicino. Voltò la testa a sinistra, verso un tronco: sembrava proprio provenire da lì. Alex si avvicinò lentamente, con cautela, i due fiati che si sovrapponevano l’uno all’altro. Sollevò piano il braccio, ma improvvisamente apparve la sagoma della creatura. Era come se qualcuno l’avesse disegnata in quel momento, davanti a lui. Quella gli sorrise come al solito e scappò ancora.
Cos’era successo? Com’era possibile? Alex rimase qualche secondo immobile, confuso, mentre il mostro si allontanava. Poi riprese a camminare e arrivò al limitare del bosco, da dove si apriva un’enorme distesa di grano alto più di mezzo metro, oltre la quale si poteva vedere il velo ancora scuro del mare. Da lì, ancora una volta, Alex perse le tracce della creatura, e con quel grano così alto sarebbe stato impossibile trovarla. Provò a farsi largo tra le spighe, mantenendo le braccia tese in avanti, sperando di toccare qualcosa. Proseguì in questo modo per più di venti minuti, ma senza alcun risultato. Voltandosi poteva vedere una lunga scia di grano appiattita dai suoi passi, circondata dalle alte spighe, quasi fosse un sentiero o una pista fatta apposta per avventurarsi lì dentro.
Quando ormai aveva quasi perso le speranze, con le braccia ancora tese in avanti, toccò qualcosa che al tatto sembrava leggermente diverso dal grano. Si abbassò lentamente e lo toccò di nuovo. Questa volta non ci cascava: aveva sfiorato il pelo della creatura. Aspettò cinque secondi in silenzio e poi strinse con forza. La creatura cacciò un urlo terrificante e si dimenò. Le bastò una semplice gomitata sul naso per stordire Alex, che cadde a terra, mentre il mostro gli sfuggiva ancora una volta.
Il piano:
Alex rimase sdraiato tra le spighe. Vedeva il cielo tinto leggermente di rosso, un meraviglioso quadro la cui cornice erano le alte spighe di grano. Poi, all’improvviso, gli venne un’illuminazione. Quella terrificante creatura lo aveva reso uguale a tutti, “parte del branco”, aveva detto. E, magicamente, quando era entrata nel bosco e nella distesa di grano era sparita. Forse era proprio quella la sua abilità: riusciva a mimetizzarsi con ciò che lo circondava. Le bastava vedere un “branco” e ci si attaccava.
In questo modo ad Alex venne un’idea brillante. Si alzò e si diresse velocemente verso la fine della radura, da dove si accedeva a una piccola spiaggia non molto lontana dal mare. Ovviamente non c’era alcuna traccia della creatura, ma ad Alex non importava. Cercò un modo per mettere in atto il suo piano, fino a quando non si accorse che in quella spiaggia, sparsi di qua e di là, c’erano dei cespugli, tutti di un colore piuttosto chiaro. Li contò: erano otto. Alex sarebbe rimasto ad aspettare nascosto dietro le spighe di grano, in modo che la creatura pensasse che fosse rimasto ancora indietro. Da lì si sarebbe affacciato ogni tanto, fino a quando i cespugli non fossero diventati nove: il che avrebbe significato che si era aggiunta la creatura per passare inosservata.
Così Alex si sedette tra le spighe. Sentiva il vento mattutino che si faceva largo tra di esse e che gli accarezzava il viso. Si stava godendo quella brezza fino a quando non gli sembrò di sentire un rumore. Si alzò di scatto e si affacciò sulla spiaggia. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette e otto. Niente da fare, ancora nessuna traccia.
Alex tornò a sedersi. Questa volta vide il sole che sbucava da quel tappeto blu che era il mare. Si sentì finalmente un po’ più riscaldato, ma non poté godersi appieno quella sensazione, perché fu spaventato da un altro rumore. Si affacciò di nuovo sulla spiaggia. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette e otto. A quel punto si chiese se il suo piano avrebbe davvero funzionato. Tornò dietro le spighe, fece per sedersi, ma il silenzio fu spezzato ancora da un rumore. Questa volta era sicuro che si trattasse della creatura, ne era certo.
Si alzò per la terza volta, fece qualche passo e si affacciò. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette… otto. E nove. Eccolo lì, dove prima non c’era niente. Facendoci caso, aveva anche un colore diverso dagli altri: si avvicinava molto al verde scuro, mentre gli altri erano molto più chiari.
Avanzò sulla spiaggia facendo finta di niente, come se fosse lì per la prima volta. Si avvicinò al cespuglio verde scuro e di colpo si fermò, immobile, in silenzio. E lo sentiva: il suo fiato. Contò fino a tre e sferrò un calcio al cespuglio. La creatura, che era in ginocchio, si alzò e afferrò Alex per le spalle. Caddero a terra e rotolarono sulla spiaggia fino alla riva. Alex non riusciva a liberarsi. La creatura era sopra di lui e urlò con ferocità. La saliva le uscì dalla bocca e cadde sulla faccia di Alex. Fortunatamente il mostro gli mise la testa nell’acqua e quello schifo se ne andò dal suo viso.
Tuttavia non lo lasciava andare, lo stava affogando. Sentiva i polmoni contratti, il cuore rimbombare nel petto, sempre più veloce. Alex aprì le braccia cercando disperatamente qualcosa. Sotto il velo dell’acqua c’erano i sassi. Con la mano sinistra prese il primo che toccò e lo scaraventò su quell’orribile faccia. La presa si allentò, ma non a tal punto da far uscire Alex dall’acqua. Allora, con la mano destra, prese un altro sasso e lo scaraventò di nuovo, più forte che poteva, sul muso del mostro. Gli artigli si staccarono dalla faccia di Alex e il mostro si portò le mani all’occhio sinistro: lo aveva colpito lì, lo aveva accecato.
Alex tirò la testa fuori dall’acqua e provò ad alzarsi, ma il peso della creatura non glielo permetteva. Allora prese di nuovo i sassi, uno nella mano destra e uno nella sinistra. Li scaraventò più volte sul muso della creatura, che gemeva sofferente, fino a quando non fu lei ad alzarsi, e Alex fece lo stesso. Quell’animale aveva entrambe le mani sulla faccia: una sull’occhio sinistro e l’altra sullo zigomo destro. Il sangue scorreva comunque tra le sue dita, era incontrollabile. La creatura emetteva urla che mettevano i brividi: stridule e rauche.
Alex avrebbe potuto continuare a colpirlo, ma la sua pietà non glielo permise: aveva visto abbastanza. Gli afferrò le spalle e lo spinse in acqua. Vedeva che la creatura non provava a uscire, ma piuttosto si lasciava trasportare dalla corrente, lontano da Alex, lontano da quella spiaggia, in quel mare infinito che si estendeva oltre ogni confine, colorato dai fasci di luce color ambra dell’alba.
Il superamento della paura:
Era finita. Lo aveva sconfitto. Aveva superato la sua paura. Era stato quel mostro terrificante a renderlo così. Alex sapeva di essere tornato quello di prima. Sapeva che un cambiamento, un nuovo inizio, non avrebbero dovuto modificare ciò che era sempre stato. Sapeva che d’ora in poi non voleva mimetizzarsi come faceva quel mostro, ma voleva spiccare tra tutti quanti.
Alex tornò a casa, illuminata da fasci arancioni. Salì le scale, aprì la porta della propria camera e la trovò come desiderava, come era una volta. Poster, libri, giocattoli. E lì, sulla scrivania, la sua navicella, che non se n’era mai andata.
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