L’arte in tavola: l’avventura a colori di Irene a MasterChef

L’arte in tavola: l’avventura a colori di Irene a MasterChef

Irene a colori. Sfumature diverse della stessa persona.

L’arte e la tradizione. La poliedricità e l’innovazione. Il look eccentrico e l’animo buono. L’accento romano e la timidezza. Il grembiule bianco e la laurea in design. La vulnerabilità e la grinta. La musica e la cucina.

Irene Volpe è stata una dei tre finalisti della decima edizione di MasterChef Italia.

Ragazza genuina, con lo spirito di artista, i capelli arcobaleno e un indiscusso talento ai fornelli emerso, puntata dopo puntata, nel corso del cooking show.

La ventunenne romana ha portato in tavola la sua personalità dalle mille sfaccettature. Conquistando simpatia e consensi degli chef, dei compagni di gara e del pubblico a casa.

C’è la tradizione, c’è l’innovazione, e poi…c’è Irene!

Antonino Cannavacciuolo

Dietro lo sguardo sorridente e solare di Irene si nasconde un universo a colori tutto da scoprire. Insicurezze di una giovane donna che “si sentiva inerme rispetto al mondo” e che ora si guarda allo specchio con rinnovata consapevolezza.

Cibo: croce e delizia

Grazie a MasterChef, mi confida, ho ricominciato a vivere.

Già, perché da circa due anni, Irene combatte la sua personale battaglia contro uno dei disturbi più diffusi dei comportamenti alimentari: l’anoressia.

Ci sono ancora dentro con tutti i piedi, ammette. E durante questa avventura televisiva, forse per la prima volta dopo un lungo periodo da dimenticare, ho ricominciato a guardare dentro me stessa dando sfogo alle mie passioni. Nel corso delle registrazioni del programma ho preso due chili nel giro di qualche mese. Un gran risultato. Soprattutto considerato che, finito quel periodo lì, mi sono di nuovo bloccata, anzi sono proprio tornata indietro. Quindi, anche in questo senso, MasterChef è stata una botta di vita clamorosa, che ora non devo far affievolire e che, anzi, sto cercando in tutti i modi di alimentare, dedicandomi ai tanti progetti che ho in mente.

E all’aria tutti i piani
Riavviciniamo i sogni più lontani
Che tu lo sai che non c’è segreto
Per vivere a colori

Vivere a colori – Alessandra Amoroso

Irene è consapevole di aver portato nei suoi piatti anche parte del racconto di questa sfida, che negli ultimi anni l’ha costretta a fare i conti con la realtà di un male oscuro che l’ha colta, quasi alla sprovvista, durante un viaggio studio in Germania.

A seguito di un problema di candida, mi racconta, mi erano stati limitati degli alimenti da mangiare. Alimenti che hanno iniziato con il tempo a riecheggiare nella mia testa come alimenti no. Alimenti proibiti. Ho iniziato ad eliminarli, uno ad uno. In Germania non avevo la bilancia con me quindi non potevo sapere se e quanti chili stessi perdendo con quel comportamento, ma un giorno mi sono guardata allo specchio e ho visto che le mie cosce non si toccavano più. C’erano cinque, sei centimetri tra l’una e l’altra. Quell’immagine ha fatto scattare in me un campanello d’allarme: improvvisamente mi ero resa conto che avevo bisogno di aiuto. Ero consapevole di non avere un rapporto sereno con il cibo ma non pensavo di trovarmi a quel punto.

La consapevolezza.

Difficile riconoscere e affrontare un problema quando si è soli, lontani dalla propria città, dalla propria famiglia, dai propri affetti più cari. E Irene in testa in quel momento aveva solo un pensiero: aspettare.

Una notte sognai che mia madre era venuta a trovarmi in Germania a sorpresa. E il giorno dopo lei effettivamente ha bussato alla mia porta. Si era resa conto, prima e ancor più di me, che mi serviva aiuto subito, che non potevo attendere un minuto di più. Non c’era tempo da perdere.

Da quel momento la vita di Irene cambia. La sua mamma le fa da scudo, le sta accanto. Inizia a fare avanti indietro Italia-Germania. Partecipa a sedute di psicoterapia, consulta una nutrizionista. E questa fase di controllo del disturbo alimentare va avanti fino al suo rientro definitivo a Roma e continua ancora oggi.

Sicuramente l’aver accettato la cucina come passione è stato il primo passo per cercare di superare il mio problema o perlomeno per cercare di conviverci.

La “Cenerentola” di MasterChef

Poi un giorno si spalancano per Irene le porte della cucina di MasterChef. E come ogni avventura che si rispetti, anche questa nasce per caso. Galeotto il tag di un’amica.

Era il giorno di Pasqua dell’anno scorso. La mia migliore amica mi aveva taggata in un post dello chef Cannavacciuolo che diceva: “inviate le vostre candidature per partecipare alla decima edizione di MasterChef Italia”. Detto fatto. Con la leggerezza di chi si dice: “tanto non mi prenderanno mai no?” E invece…

E invece eccola conquistare addirittura la finale, a colpi di sfide vinte e superate grazie alla presentazione di piatti quasi sempre caratterizzati da un’estetica ricercata e raffinata.

L’avventura di Irene Volpe è stata un crescendo di emozioni. La ragazza timida e introversa delle prime puntate ha lasciato spazio ad una donna sicura e cosciente delle proprie qualità, che, all’occorrenza ha tirato fuori grinta e inaspettate doti da leader.

Lo spartiacque tra le due Irene si può sicuramente rintracciare nella terza prova in esterna, in cui i concorrenti si sono sottoposti all’insindacabile giudizio dei bambini. Una gara dal risultato clamoroso: 14 preferenze su 15 a favore di una delle brigate, quella capitanata proprio da Irene.

Lì è venuta fuori la vera Irene. Io, nella mia vita privata, sono sempre stata leader e bacchettona. Ma a MasterChef questo mio lato non si era visto fino a quel momento perché mi ero sempre messa un passo indietro rispetto agli altri. Quell’esterna era la mia occasione. Ero il capitano. Mi sono detta: “ok, lo puoi fare perché lo hai sempre fatto nella tua vita, quindi prendi le redini e vai”. E infatti ho stupito tutti: chef, compagni di squadra e pubblico, ma non certo le persone che mi conoscono da sempre e che nel vedere quella puntata hanno detto: “oh ecco finalmente l’Irene che conosciamo”.

“Ho portato Irene, al 100 per cento”

Irene ha iniziato quindi il suo percorso nella trasmissione televisiva in punta di piedi, acquistando sicurezza man mano e aprendosi sempre di più agli altri, come forse non era mai riuscita fino ad allora.

Un percorso nel percorso, il suo. Che l’ha vista consolidare un rapporto speciale con chef Cannavacciuolo (sin dall’inizio ho sempre voluto farlo ricredere perché all’inizio non mi aveva dato il grembiule bianco, e alla fine ci sono riuscita).

Collezionare sorrisi e battute degli chef Locatelli e Barbieri. Cogliere insegnamenti e consigli dagli ospiti che si sono avvicendati nel corso delle puntate, ognuno capace di arricchire il bagaglio culinario della talentuosa designer: da Flynn (per il suo approccio al cibo del futuro) e Giacomello (ci ha portato cose dell’altro mondo), ai maestri pasticceri Massari (il re indiscusso) e Tortora (io amo i lievitati quindi ho amato anche lui).

E legare con gli altri concorrenti di MasterChef. In generale con tutti, in particolare con alcuni: Antonio è una persona con cui parlo tantissimo soprattutto perché condividiamo la passione per i lievitati e lui è un chimico degli alimenti quindi tutt’ora gli chiedo un sacco di cose, anche alle due di notte. E Monir: con lui non parliamo tanto ma quando parliamo ci capiamo al volo.

Non sono mancati però i momenti di difficoltà. Quelli in cui ha messo in discussione le sue capacità di fronte a una prova apparentemente fuori dalla sua portata, ma da cui ne è uscita più forte e consapevole.

Mi è capitato proprio il giorno in cui vinsi l’Invention Test proposto da chef Flynn McGarry, l’enfant prodige della cucina americana. Mi era stato assegnato il beet wellington, avevo preso il cestino dalla dispensa, mi ero trovata di fronte un sacco di ingredienti, robe sconosciute con nomi strani. “Che è sta roba?” mi ero detta. E il pensiero successivo era stato: “io oggi me ne vado. Come faccio a fare ‘sto piatto?”. Quel giorno, non so come, ho vinto la prova. Ho sudato sette camicie, ma da quel momento ho iniziato a credere un po’ di più nelle mie capacità.

Irene ha superato anche l’ansia del tempo. Delle lancette dell’orologio che scorrono veloci durante le prove del programma, scandite da ritmi infernali e dalle urla dei tre severissimi giudici di gara.

All’inizio sei sopraffatta dall’ansia, che poi però viene surclassata dall’adrenalina. E se così non è, la prova può finire male. Se ti rimane l’ansia e non arriva l’adrenalina rischi proprio di andare a casa. A me, per fortuna, è sempre arrivata l’adrenalina. Ci tengo anche a dire che la mia situazione fisica non è mai stata il massimo. Stavo (e sto attualmente) in una fase di recupero dai miei disturbi alimentari in cui non ho un equilibrio e una stabilità fisica che mi permette di sostenere determinati ritmi richiesti dallo show, che sono quasi da agonismo. Io quindi senza adrenalina non sarei andata da nessuna parte.

Fuori di testa

Amante della cioccolata fondente, specializzata nella preparazione dei “lievitati”, la giovane romana ha fatto della dolcezza, in tutti i sensi, il suo cavallo di battaglia.

Io ho sempre pensato che sulla pasticceria mi potessi destreggiare meglio del salato quindi ho voluto farne il mio punto di forza. Paradossalmente nella finalissima non lo è stato, però. Perché ho deciso di presentare nel mio menù “Fuori di testa” il mio concetto di cucina portando alla tavola dei giudici le quattro portate, senza suddivisione classica tra antipasto, primo, secondo e dolce.

Una scelta che ha diviso e fatto discutere. Ma che Irene ha portato avanti con convinzione: quello che volevo portare era un messaggio, ma soprattutto era Irene. Ecco, in quel momento quello era il mio punto di forza, la cazzuttaggine di portare qualcosa di un po’ rischioso.

Quel qualcosa fuori dal comune, che rappresenta al meglio la sua personalità eclettica.

Io dico sempre che voglio vivere d’arte. Non so se farò la cuoca, la pasticcera, o cos’altro. Ma l’arte è il cardine, ciò che sta al centro. Tutto il resto ruota intorno. Io non mi sento un’artista (mi piace essere definita così ma ho difficoltà a dirmelo da sola) ma so di essere una persona poliedrica. Non mi sento ancora di essermi collocata nel mondo. Ma forse va bene così. Irene non si colloca in niente. Irene è un po’ tutto quello che le passa per la testa e che vuole fare. Un po’ “fuori di testa”, esattamente come il mio menù che ha messo in scena proprio il mio voler essere tutto e niente, voler stare un po’ ovunque però starci bene, con cognizione di causa.

Una brava ragazza, un po’ “fuori di testa”, ancora alla ricerca del suo colore preferito.

MasterChef Italia è uno show prodotto da Endemol Shine Italy ed è sempre disponibile on demand, visibile su Sky Go e in streaming su NOW TV.

La ricetta di Irene consigliata ai lettori di #distantimaunite

Pasta alla crema di zucca al forno

Ingredienti (per un piatto)

  • spaghetti di Kamut 60 gr
  • spaghetti 100% farina legumi 60gr
  • cubetti di zucca
  • 3 cipolline borettane
  • 1 cucchiaio crema di mandorle
  • 2 cucchiai olio evo
  • 1 cucchiaio di prezzemolo
  • 2 manciate di granella di mandorle tostate
  • 1 cucchiaino di rosmarino tritato, 1 di timo e 1 di semi di sesamo
  • 3 olive di Gaeta
  • sale e pepe q.b.

Procedimento

Condire i cubetti di zucca e le cipolline borettane con olio, sale, timo e rosmarino, e poi metterli in forno statico a 180° fino a cottura (il tempo dipenderà  dalla grandezza dei cubetti).

Nel frattempo cuocere la pasta di kamut e quella di legumi in acqua bollente leggermente salata in 2 pentole separate, così da poter rispettare i tempi di cottura di ognuna.

Frullare la zucca e le cipolline cotte, con acqua di cottura per ottenere una crema densa.

Scolare la pasta al dente e in una ciotola mantecare con la crema di zucca, il prezzemolo, olio evo, pepe, e 1 mestolino di  acqua di cottura  (o comunque fino a consistenza cremosa).

Impiattare, aggiungere mandorle tostate, crema di mandorle, olive e semi di sesamo.

nb: la crema di mandorle e le mandorle tostate sono sostituibili con crema di nocciole e nocciole tostate!

Buon appetito!

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Elisabetta Mazzeo

Elisabetta, classe 1981. Ogni 18 anni un cambiamento. Prima la Calabria, poi Roma, ora Zurigo. Domani chissà. La mia sfida quotidiana? Riuscire nell’impresa di essere contemporaneamente mamma, moglie, giornalista, scrittrice e ora anche blogger. Ore di sonno: poche. Idee: tante. Entusiasta, curiosa, caparbia, sognatrice. Scrivere è un’esigenza. Una lunga gavetta nei quotidiani e nelle tv locali, poi l'approdo come inviata di Sport Mediaset. Non ho dubbi: il mio è il mestiere più bello del mondo. Una passione prima che un lavoro. Oggi ricopro l'inedito ruolo di vicedirettore a distanza di Retesole, l’emittente che mi ha visto crescere umanamente e professionalmente. Divoro libri e uno l'ho anche scritto, mi nutro di storie di sport, mi diletto in cucina, scatto e colleziono foto, mi alleno quanto basta per non sentirmi in colpa e in compenso macino chilometri armata di scarpe da ginnastica e passeggino. Se fino a tre anni fa la mia vita viaggiava a ritmi frenetici, l’arrivo di mia figlia ha rimodulato le priorità. E adesso è con lei e per lei che continuo a mettere le mie passioni in campo, tra "pensieri e parole".

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