“Norimberga” di James Vanderbilt: la danza mortale di due uomini soli

“Norimberga” di James Vanderbilt: la danza mortale di due uomini soli

«Finché sarai fortunato conterai molti amici; se ci saranno nubi, sarai solo». Queste parole, scritte dal poeta latino Ovidio, risuonano con particolare intensità nelle celle di Norimberga, dove è ambientato l’omonimo film di James Vanderbilt, uscito in Italia il 18 dicembre 2025. La pellicola, nonostante quanto dichiari il titolo, mantiene il Processo di Norimberga sullo sfondo, come occasione per delineare un altro tema, introdotto dal confronto tra Hermann Göring, il “numero due” di Hitler, noto a chiunque abbia sfiorato, anche solo a livello scolastico, la storia del Terzo Reich, e un immeritatamente sconosciuto ai più Douglas Kelley, psichiatra militare che ha seguito i ventidue criminali di guerra incarcerati a Norimberga e studiato le loro personalità.

L’ossessione di comprendere il male

Gran parte del film si concentra proprio sul rapporto tra il gerarca nazista, interpretato da un Russell Crowe di nuovo pronto a offrire una grande prova attoriale – che in lingua originale può essere apprezzata ancora di più, visto il suo sforzo di recitare con accento tedesco – e Kelley, a cui ha prestato il volto un altrettanto interessante Rami Malek.

Il protagonista appare in scena come esperto incaricato di valutare la sanità mentale e il profilo psicologico dei detenuti, ma anche – e soprattutto, nelle intenzioni degli Alleati – di mantenerli in vita, impedendo che si suicidino per sfuggire al processo, come avevano già fatto Goebbels, Himmler e Hitler. Per Kelley si tratta di un’occasione unica: entrare in contatto diretto con gli uomini più famigerati del suo tempo, parlare con loro, indagare la loro psiche e scoprire quali possano essere i moventi di azioni così efferate come quelle compiute e ordinate dai gerarchi nazisti.

Ovviamente, la personalità che Kelley è più curioso di indagare è proprio quella di Göring: con Hitler ormai morto, è proprio lui il più alto in carica dell’ormai decaduto Terzo Reich, uno dei primi a essere rimasti così affascinati dal Führer da decidere di seguirlo e appoggiarlo incondizionatamente, fino alla fine. Ciò che Kelley capisce all’istante, dopo il primo incontro con il Reichsmarschall, è che potrà sperare che egli gli si racconti in modo autentico solo dopo aver conquistato la sua fiducia, ma ciò che forse non aveva previsto è il rapporto di reciproco scambio che si sarebbe creato tra di loro, due figure apparentemente così antitetiche, ma che si riscopriranno man mano sempre più simili.

Nella stessa prigione

Göring e Kelley sono entrambi, ciascuno a modo proprio, uomini soli: il primo è ormai isolato da tutti, in una prigionia che sancisce la sua caduta in disgrazia, privato di ogni cosa, a partire dalla sua identità pubblica fino agli affetti più intimi. Kelley, dalla sua, sta portando avanti un lavoro pionieristico, ma non è libero di svolgerlo secondo i dettami della sua professione: è costantemente controllato, da lui ci si aspetta che produca elementi da usare contro i prigionieri durante il processo, violando anche la stessa deontologia a cui si è votato. Nella loro solitudine, i due finiscono per incontrarsi, conoscersi e, infine, quasi cercarsi.

Göring, che non si sente affatto sconfitto e mantiene anzi l’atteggiamento di chi sa che, in un modo o nell’altro, non la darà vinta ai suoi carcerieri, e aspetta il processo come l’ultimo palcoscenico su cui potrà esibirsi in un confronto senza esclusione di colpi con i suoi nemici ideologici, ha bisogno di un nuovo spettatore da sedurre, da convincere con una performance ben architettata – ma, forse, anche di qualcuno con cui ripercorrere la propria vita. Kelley, invece, ha bisogno di Göring perché dai suoi colloqui con lui dipendono la sua carriera, le scoperte che potrebbero dargli lustro nel libro che tanto desidera scrivere e pubblicare e anche, magari, qualcuno che comprenda la sua ambizione e la dedizione assoluta alla missione di cui si sente investito.

Alleati, non amici

Tra i due si crea un gioco di specchi tanto intenso quanto pericoloso, che Vanderbilt ha saputo rendere bene, arricchendo il racconto di quanto è documentato storicamente con alcuni elementi di fiction che aiutano lo spettatore a immergersi completamente nel rapporto tra il gerarca nazista e lo psichiatra. La chiave di lettura della loro interazione è dichiarata dallo stesso Göring che, commentando un episodio della propria infanzia, sentenzia: «Solo perché qualcuno è tuo alleato non significa che sia dalla tua parte». E in effetti, entrambi si trovano a ingaggiare un duello psicologico in cui nessuno dei due può permettersi di abbassare la guardia, pena la propria rovina.

Kelley e Göring finiscono per intrecciare i propri destini a partire da una condizione di solitudine che si sono autoinferti: il secondo attraverso scelte deprecabili, che lo hanno posto oltre i confini dell’umanità; il primo isolandosi progressivamente in una bolla di ossessione intellettuale, addentrandosi sempre di più in quel temibile abisso di memoria nietzschiana. Alla fine, entrambi cadono proprio perché nessuno dei due è riuscito a mantenere alta quella guardia che li avrebbe dovuti salvare: Göring svela a Kelley l’elemento che il procuratore capo inglese userà per inchiodare definitivamente la sua accusa; Kelley non riesce a evitare di essere assorbito dalla personalità di Göring, di empatizzare con quell’essere umano che stava ossessivamente ricercando dietro al mostro che tutti avevano visto e volevano condannare, finendo per fondere indissolubilmente il proprio destino a quello del suo “paziente”.

Il cianuro e il destino

Il finale, già scritto nella Storia, è raccontato da Vanderbilt in un modo che sottolinea ancora di più il legame inscindibile che si è instaurato tra i due. Göring, come sappiamo, si suiciderà in cella, prima della sua esecuzione, con una capsula di cianuro che era riuscito a tenere nascosta per tutto il tempo della sua prigionia: l’ultima “magia” di un uomo che si è sempre dimostrato abile nel manipolare il suo pubblico e nel garantirsi la vittoria, in un modo o nell’altro. Ma l’epilogo più inquietante, nella sua eloquenza, è quello di Kelley: dalla sua esperienza a Norimberga scrive e pubblica 22 Cells in Nuremberg, un libro in cui sostiene tesi decisamente impopolari, che non vengono accolte dall’opinione pubblica.

Kelley aveva dichiarato che, dei “ventidue” di Norimberga, solo il gerarca Robert Ley poteva essere ritenuto pazzo, mentre gli altri erano semplicemente persone con tratti che, in un ambiente come quello della Germania degli anni Venti e Trenta, li hanno spinti ad agire come, in fondo, molte altre persone nella loro stessa condizione avrebbero deciso di comportarsi. È sconvolgente: il male non è relegato dentro i mostri, i mostri non esistono, ciascuno di noi lo può diventare, e anche la nazione più democratica può partorire e allevare un futuro gerarca spietato.

Rifiutato, incompreso, allontanato da tutti, preda dell’alcol, di scoppi d’ira incontrollati e di manie suicidarie, Douglas Kelley finirà per mettere fine alla propria vita nello stesso modo che aveva scelto Göring, dodici anni prima. SI tratta di un esempio perfetto di quello che la letteratura scientifica definirebbe “controtransfert” ma, ancora di più, la prova che, quando due solitudini si incontrano nell’abisso, può essere impossibile distinguere chi osserva da chi viene osservato, chi studia da chi manipola, chi salva da chi condanna.

Silvia Mazzucco

Laureata in Letterature Moderne e Spettacolo e con studi universitari in Filosofia in corso, insegno Lettere al liceo per lavoro ma soprattutto per continuare a farmi fare domande difficili da adolescenti con un mondo ancora tutto da scoprire. Amo la letteratura, la mitologia e le riletture delle figure archetipiche, meglio se ribaltate in chiave femminista. Scrivo per collegare testi del passato e vite molto presenti e per fare domande più che per dare risposte. Gattara convinta, sognatrice testarda, credo nello storytelling come strumento di sopravvivenza (anche tra i banchi di scuola).

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