La stanza chiusa

La stanza chiusa

La casa era sempre stata troppo grande per una sola persona, eppure non mi aveva mai dato l’impressione di essere vuota. Era piena di corridoi, di porte, di finestre alte che lasciavano entrare una luce stanca. Una casa che sembrava respirare con me, adattarsi ai miei ritmi, accogliere il mio continuo andare avanti. Con il tempo avevo imparato a conoscerla a memoria, a muovermi al suo interno senza esitazione, come si fa con un luogo che non ci mette mai davvero alla prova.
C’era però una porta che non aprivo mai.

La stanza chiusa dell’anima


Non era chiusa. Non lo era stata nemmeno all’inizio. Semplicemente, avevo smesso di passarle davanti. Avevo imparato a deviare il passo, a voltare lo sguardo un attimo prima, come se quella parte della casa non fosse mai esistita. Chi veniva a trovarmi non se ne accorgeva. La casa era viva, ordinata, piena di tracce. Tutti vedevano movimento, presenza, una vita che sembrava abitata fino all’ultimo angolo.
Solo io sentivo quel vuoto preciso, silenzioso, che non chiedeva attenzione ma non smetteva di esistere.
Di notte, quando tutto taceva, avevo l’impressione che la casa si dilatasse. I corridoi sembravano più lunghi, le ombre più profonde. A volte mi pareva di sentire un passo che non era il mio, un respiro che non apparteneva a nessun corpo. Non provavo paura. Provavo qualcosa di più scomodo: la sensazione di essere osservata da una parte di me che avevo lasciato indietro.


Avevo sempre trovato un modo per non fermarmi. Anche quando ero sola, riempivo il tempo di pensieri, di progetti, di ricordi sistemati come oggetti in una stanza che non si vive davvero. Il silenzio durava poco. Il silenzio, avevo imparato, sa fare domande.
La sera in cui mancò la corrente, la casa precipitò in un buio diverso dal solito. Non improvviso, non violento. Un buio lento, che sembrava salire dal pavimento. Accesi una candela e il suo riflesso tremò sulle pareti, deformando le ombre, rendendo gli spazi meno familiari. Per la prima volta, la casa non sembrava più obbedirmi.
Fu allora che la vidi.
La porta.

Dietro la porta


Era lì dove era sempre stata, eppure mi sembrò nuova, come se fosse apparsa solo in quel momento. Il legno era scuro, la maniglia fredda. Avvertii una resistenza sottile prima ancora di toccarla, come se qualcosa stesse trattenendo il fiato. In quell’istante capii che non avevo mai avuto paura di ciò che si trovava dietro quella porta, ma di ciò che avrei potuto riconoscere.
Quando la aprii, la stanza non reagì. Nessun rumore, nessun movimento. Solo un’aria ferma, più fredda del resto della casa, come se il tempo lì dentro si fosse fermato molto prima.
C’era poco. Una sedia, uno specchio antico, una finestra chiusa. Ma più avanzavo, più sentivo qualcosa stringermi dall’interno, come una pressione lenta sul petto. Lo specchio era opaco, attraversato da sottili venature che sembravano muoversi appena, come se non riflettessero solo immagini, ma attese.
Mi avvicinai.


La figura che mi restituì non era diversa da me. Era identica. Ma non faceva nulla. Non sorrideva. Non cercava di sembrare altro. Mi guardava con una calma che mi spaventò più di qualsiasi deformazione.
Fu allora che compresi: quella stanza non era un luogo della casa. Era un luogo che avevo costruito dentro di me. Un posto in cui avevo lasciato tutto ciò che non avevo avuto il coraggio di ascoltare. Le domande rimaste senza risposta. I desideri non ammessi. Le parti di me che avevano smesso di bussare perché non avevano mai trovato una porta aperta.
La solitudine che avevo sempre sentito non veniva dall’esterno. Era nata lì, in quella stanza interiore che avevo chiuso per paura di restarci sola davvero.

Una stanza, chiusa

Non accadde nulla di straordinario. La figura nello specchio non parlò. Non si mosse. Rimase lì, in attesa, come era sempre stata. Compresi che non mi chiedeva di essere salvata, né liberata. Chiedeva solo di essere riconosciuta.
Quando la corrente tornò, la luce invase la casa come un’illusione di normalità. Spensi la candela e mi allontanai dalla stanza. Non so se chiusi la porta. Non ricordo il rumore della serratura, o se ci fu mai.
Da allora continuo a vivere nella stessa casa. Continuo a fare, a incontrare, a riempire le giornate. Ma a volte, soprattutto quando il silenzio si allunga troppo, ho l’impressione che da qualche parte, dietro una porta che ora so di non poter più ignorare, qualcuno stia ancora aspettando.
E non so se un giorno avrò il coraggio di restare lì abbastanza a lungo da non sentirmi più sola.

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Ludovica Moltoni

Psicologa per formazione, educatrice per vocazione, scrittrice per necessità. Ludovica Moltoni nasce a Roma il 10 febbraio 2001. Si specializza in psicologia clinica dell’infanzia e lavora come tutor DSA, muovendosi ogni giorno tra ascolto, parole e mondi interiori spesso invisibili. Scrive racconti come spazio di esplorazione emotiva, dove sogno e realtà si intrecciano senza chiedere permesso. È autrice del libro Tra sogni e realtà.

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