L’intelligenza non si esprime con un voto

L’intelligenza non si esprime con un voto

“Sono davvero meno intelligente degli altri? Quel voto determina la mia intelligenza? Io credo soltanto che non sono fatto per questi tipi di cose, la mia intelligenza si basa su qualcos’altro”.

Le elementari

Questi sono i pensieri che affliggevano Jim fin dalle elementari. Adesso ha quattordici anni e frequenta il primo liceo. Non è mai andato molto bene a scuola: alla materna, mentre tutti apparecchiavano la tavola con le stoviglie ordinate e i tovaglioli dello stesso colore, lui veniva sempre sgridato dalla maestra perché preferiva una decorazione cromatica. Gli era stato persino consigliato di fare un test per il daltonismo; con l’arrivo dei compiti durante le elementari e le medie invece, lui preferiva dedicare maggiore attenzione agli argomenti che più gli interessavano. Non gli piaceva restare il pomeriggio a fare compiti, piuttosto dava spazio alle sue passioni.

Dall’adolescenza al mondo dei “quasi” grandi

Ormai arrivato in primo liceo, le cose si erano fatte sempre più difficili, ma lui continuava a pensare che andasse bene così com’era. Il giorno prima, il professore di italiano aveva assegnato un compito a tutta la classe: parlare del conetto d’identità, preparando un discorso, una presentazione o un tema.

Tornato a casa, Jim rifletté molto sul compito: questo era qualcosa che gli interessava, qualcosa di concreto, che lo aiutasse. Dopo un bel po’ di riflessione, Jim giunse ad una conclusione che lo rese estremamente soddisfatto, non vedeva l’ora di parlarne a tutta la classe.

“Ho cercato parole e frasi poetiche, ma la risposta era un’altra…”.

Il giorno successivo Jim aspettava con eccitazione la lezione di italiano. Non fu il primo a parlare del proprio compito perciò ne approfittò per ascoltare i discorsi dei suoi compagni. C’era chi non sapeva di cosa stesse parlando e chi, invece, sembrava saperlo alla perfezione. I più bravi della classe, infatti, prepararono temi lunghissimi, con discorsi pieni di parole complicate e discorsi astratti e incomprensibili. Nonostante questo, il professore sembrò sbalordito dai loro discorsi, completamente caduto nella trappola.

Il turno di Jim

Quando fu il turno di Jim, si alzò e si diresse alla cattedra senza neanche un foglio. Il professore non reagì: si mise in piedi e attese a braccia incociate che l’alunno cominciasse a parlare.

“Ieri ho riflettuto molto su questo compito” esitando per un momento.

”L’identità è un concetto da adulti e io lo sto diventando. Ci ho messo tutto il pomeriggio per formulare qualcosa. Alla fine mi sono sentito piuttosto soddisfatto, mi sembrava di aver fatto un buon compito, forse uno dei migliori che avessi mai fatto. Ma nessuna di quelle risposte mi convinceva a pieno. Erano tutte molto articolate e ben impostate, certo, ma sembrava che nessuna di esse fosse vera. Era come se stessero girando intorno all’argomento. Avevo cercato frasi poetiche, ma la risposta era un’altra”. Guardò quel mare di teste che si trovava davanti a lui e poi girò lo sguardo verso il professore: “continua così” si disse, “stai facendo la cosa giusta”.

“Così ho cancellato tutto, ogni cosa. Se nessuna di quelle risposte mi sembrava vera, forse è perché non so di cosa si tratti l’identità”. Sapeva che quell’ultima affermazione avrebbe provocato qualche strana espressione da parte dei suoi compagni, cosa che, tuttavia, lo motivò ancora di più.

L’identità

“Infatti, sono venuto qui oggi dicendovi che non so che cosa sia l’identità, o perlomeno non so la mia. Ho sentito molti di voi che la descrivevano come una cosa così vasta, avete persino risposto a qual è la vostra identità. Beh, se a quattordici anni avete le idee così chiare, sono contento per voi. O forse voi, come me, non avete la più pallida idea di che cosa stiate parlando e, perciò, usate dei discorsi così complicati”. A questo punto temette di essere sembrato un po’ troppo duro e rimediò dicendo: “Spero che la mia sincerità venga apprezzata perché se non so neanche come si cucina un piatto di pasta, non mi sento abbastanza preparato a descrivere il concetto di identità”. Fece per andarsene e tornare al suo posto, ma poi continuò.

L’intelligenza non si esprime con un voto

“Ah, ci terrei ad aggiungere un’ultima cosa. Molto spesso mi sono chiesto se non fossi intelligente, se non fossi abbastanza bravo da essere qui. Ma oggi ho capito: posso essere intelligente anche in modo diverso rispetto ad un dieci in un compito di italiano”.

Questa era la parte che preferiva, quella che aveva sognato di dire sin da quando era piccolo. “Se prendere un voto alto significa usare frasi complesse per descrivere qualcosa che non so, preferisco essere sincero. E sono soddisfatto della scelta che ho fatto. Ovviamente tutto questo non si tratta di un’accusa, sto solo invitando le persone ad essere sincere, a credere di più nella propria intelligenza e anche pensare che, quell’alunno che non va molto bene a scuola, magari ha le idee chiare su delle cose più importanti. Perché, certo, non sono riuscito a svolgere il compito come era previsto, ma so che un dieci in italiano non rappresenta la mia identità”.

Fabrizio Gabriele

Artemis

Nato nell’ormai lontano 1978 a Roma e vissuto tra il centro e la periferia, ho vissuto un’infanzia spensierata e ricca di emozioni, contornato da amici e cugini sempre pronti a divertirsi. Riesco a mettere la testa a posto quando capisco che studiare e conoscere il mondo è il vero inizio della vita ed è per questo che mi laureo in Scienze Politiche e, dopo 2 anni di lavoro, me ne vado in Australia per capire che aria tira ma è solo l’Amore che mi trattiene in Italia, un Amore che mi dona 2 meravigliosi bambini con i quali gioco, corro, urlo e mi diverto. L’AS Roma mi sceglie come tifoso e, a distanza di parecchi anni, posso dire che ha scelto bene anzi benissimo visto che cammino insieme a lei macinando chilometri e superando gli ostacoli. Radio, Cinema, TV (poca) e Musica mi fanno compagnia da sempre portando pensieri e parole nelle mie giornate, nelle mie corse mattutine, mentre lavoro, mentre mangio o mi perdo nei miei pensieri su come migliorare il mondo.

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